Flick
Flick è un antipatico e bellissimo gattino bianco e nero (il layout ideale per un gatto!), piovuto un giorno nel mio giardino per ragioni incomprensibili, note forse solo alla sua mamma. È andata così. Celebrate le “nozze del secolo” (non è mia la definizione, eh?), spente le urla, placate le risate, tracannato il tracannabile, digerito il digeribile, fotografato e ripreso l’impossibile, mi giacevo in quel di Bologna in letto usurpato, annichilita da un terribile raffreddore e ritardavo il ritorno a casa, destino del più ostinato Ulisse, affliggendo la povera Elena, che non è quella di Troia ma ne vanta la stessa bellezza. (cazzo, quanto divago!).
Insomma, alla fine mi decido a sgombrare e col naso ancora gocciolante parto. Alla stazione di Lecce mi accoglie il solito impagabile Luciano, il fair play in carne ed ossa, stavolta animato da insolita eccitazione. Arrivati a casa, trasciniamo in giardino i pesanti e numerosi bagagli, ma…non faccio in tempo ad aprire la porta che lui prorompe, persuasivo ed insieme impaziente: “Vieni, ti devo mostrare una cosa nella legnaia!”.
Ora, la legnaia è un box in muratura senza porta, basso ed angusto, colmo sino all’inverosimile di ciocchi, fascine, legnetti, residui di sedie, cassette da frutta sventrate, e quant’altro nella mente del Luciano possa servire ad alimentare il camino del salone (size Lilliputh), il quale viene per di più acceso una volta ogni lustro! Ma che diavolo ci potrà mai essere - mi chiedo - di tanto urgente lì dentro? Forse un bel pezzo di ciliegio, Babbo Geppetto inclusive intento a sbozzarlo? Nooooo, c’è qualcosa di ancor più sorprendente e favoloso: il gatto Flick! Minuscolo come il pugno di un neonato, perfetto come la Venere di Milo, incazzoso come Céline (Louis-Ferdinand), dispettoso come uno scazzamurrieddhu. Mi chino per osservarlo meglio e lui mi soffia contro, mostrando due risibili dentini ed un palato roseo come il culo di mio figlio a 3 mesi (chiedere a Pat se è ancora così roseo), allungo una mano per carezzarlo e lui arretra inarcandosi in perfetto semicerchio. Mal gliene incoglie, perché inciampa in certi traditori legnetti chiodati e casca fuori, subito ghermito dalle manone voraci dell’orso Luciano, che, portandoselo all’altezza del naso, dà inverecondo sfogo a tutta la propria “voglia di tenerezza”…e cicici e ciociocio e ciuciuciu… roba da far impallidire il birignao del più lezioso attor teatrale! Inorgoglito come il papà di un maschio primogenito (ma del felino in genere il sesso si può conoscere solo verso i 4 mesi), mi racconta di aver trovato Flick nella legnaia da qualche giorno, di averlo battezzato per l’appunto “Flick”, di aver scoperto che la sua mamma – bianchissima, e odiosa come la progenie - viene regolarmente ad allattarlo e coccolarlo, confessa infine i reiterati tentativi di alluparselo mettendogli davanti del latte fresco (scaduto da venti giorni, sic!).
Ci interroghiamo a lungo sul perché sia stato portato nella legnaia di casa mia, visto che nel villaggio Marugi – la mia villetta è sorella di altre cento e più simili – vivono tranquille intere colonie di gatti, ipotizziamo che sua madre l’abbia voluto salvaguardare mettendolo in un posto apparentemente disabitato (io, che ci vivo da sola, ero fuori da quasi un mese), sospettiamo che le abbiano sottratto gli altri neonati oppure che Flick li surclassasse con quel suo amabile caratterino, boh!
Che ce frega? Flick è qui e ci allieta con la sua vivacità, con il suo appetito goloso (è già grosso il doppio di un mese fa), con le sue esplorazioni della cucina (sotto stretta sorveglianza, ché ha già tentato di tirare a terra i miei ammennicoli informatici o di fulminarsi acciambellandosi beato sul groviglio di cavi e spine nel cesto sotto il tavolo del pc), con le sue fughe a balzi vertiginosi appena si tenta di carezzarlo, e con mille altre iniziative che solo un gattino sano, felice, sfacciato, libero come lui può intraprendere!
Nota esegetica: Flic in francese sta per “poliziotto”, un insulto per qualunque gatto, simbolo naturale dell’anarchia, mentre l’inglese Flick si traduce in “colpetto, schizzo, guizzo”, lemma ben più idoneo al piccolo ribelle mio convivente (rendo pubbliche grazie al buon Senia che m’ha messo sull’avviso, così che io, non volendo cambiare il nome, scelto dal papà elettivo, ne ho cambiato solo l’ortografia).
L’AtaYoga
Più di una volta ho desiderato sperimentare qualche disciplina nata in oriente. Anni fa ci provai con una “scuola” ispirata all’indiano Sai Baba (alla sua presunta reincarnazione), ma, subito dopo aver pagato l’iscrizione e la prima rata trimestrale, me ne fuggii perché, stesa a terra con gli occhi chiusi ed il kundalini acciambellato nella pancia, mentre gli altri meditavano io dormivo saporitamente, ed invece quando si ululavano all’unisono “tutte le lingue del mondo” – si tratta di un esercizio belluino che consiste nel dimenarsi come il caos primordiale proferendo vagiti, balbettii e strepiti inintelligibili - mentre gli altri, arzilli e zompettanti, si divertivano un mondo (appunto!), io mi sentivo una perfetta imbecille! “Sono addolorato per te che non avrai l’illuminazione!”, si rammaricò dietro le spesse lenti da ipermetrope il maestro, non indiano (leccese, leccesissimo!), però i miei soldi se li tenne in saccoccia.
Dopo parecchio tempo venne un tentativo con il Tai-Chi, su cui niente ho da dire, visto che si dice meglio da sé (cito il sito dell’omonimo Centro Studi Italiani):
“Si dice che quest'arte sviluppi la forza interiore, ma è una lotta dura, la più dura, quella contro noi stessi, contro i nostri demoni e le nostre debolezze, e c'è bisogno di essere grandi, di essere forti, c'è bisogno di volontà e impegno.
La disciplina nella pratica rende perfetti, un passo dopo l'altro sentiamo il contatto con la terra, il corpo ruota con le sei armonie, il respiro assorbe l'universo....La trasformazione del sè ha inizio.
Capacità di adattarsi, capacità di sognare,
capacità di superare gli ostacoli della vita,
capacità di non opporsi, capacità di vincere...
Ogni individuo trova nella pratica del Taiji, in maniera del tutto personale,
la sua Via verso il risveglio..”.
Ammappate, òh! Anche Maestro Carlo era niente male: concentrato, professionale, serio (pure troppo, mi intimidiva da morire!), e belloccio, il che non guasta mai; mi ci buttai con impegno per un paio di mesi, mi comprai un po’ di libri sull’argomento – maledetta carta stampata ognor m’assedia – e me li misi sul comodino. Conservo una prova della mia fragile buona volontà, una foto ove mi esibisco in agile posa, mano a ventaglio su braccio teso, meglio di Chen terrorizza l’occidente. E poi, e poi… fu l’occidente a terrorizzare me…Ti saluto e frasca!
Basta - mi dissi - non ci sono portata, l’oriente non fa per me, sono intrisa di decadentismo, di parola, di ossessione e di passione, tutte cose molto poco sagge e inconciliabili con il “non opporsi”.
Intanto gli anni passano, il mal di schiena aumenta, il mal di vivere pure. Com’è, come non è, una cara amica, diversamente da me versata, mi convince a provare l’AtaYoga con una Maestra che conosce da molto e per la quale nutre stima e affetto. Si chiama Isa, studia e si migliora incessantemente a vasto raggio e in varie città, è sicura, discorsiva, pacata, e non se la mena per niente. Mi piace. Dopo il primo incontro (io e un’altra decina di donne in una confortevole stanza dal pavimento morbido, no palestra no casino) mi piace ancora di più. L’AtaYoga, che, come le altre discipline del genere, “mira a dominare l’energia cosmica presente nell’uomo e quindi a conseguire un sicuro controllo della cosa più instabile e mobile che si possa immaginare, ossia la mente, sempre irrequieta, sempre pronta a distrarsi e divagare”, si basa sulle posture del corpo e sul respiro. Isa ci mostra cosa e come fare, ci spiega il significato e lo scopo di ogni movimento, ci controlla una ad una con grazia e perizia, raccomanda continuamente di non strafare, di ascoltarsi, di sentire ogni parte di noi: la polpa e la buccia, come le definisce, commuovendomi, Emily Dickinson. A guardare l’aria che ci entra dentro e i nostri stessi pensieri. La musica che va per tutto il tempo è talmente bassa che si percepisce appena, sia benedetto Shiva con tutti i suoi discepoli!
Io per lo più sorrido come un ebete a tutte quelle di cui incontro lo sguardo. In verità sorrido pure ai numerosi cuscini sparsi sul pavimento.
Le strane lacrime
A un certo punto, il primo giorno, Isa ci chiede di badare anche al ritmo del cuore. Io ci provo, lo cerco, guardo nel petto, tendo persino l’orecchio, ma non sento niente di niente, come se non ce l’avessi, ‘sto stronzo di muscolo che tante lacrime m’ha compulsate! Tutta fiera di me, glielo dico: “Il cuore non l’ho sentito affatto, come se ci fosse un vuoto al suo posto: forte, no?” Lei mi dà un colpetto sulla fronte e sorridendo replica: “Qui, nella tua mente, non c’è niente, hai tutto fuori!” Resto perplessa e abbozzo.
Ieri ci ha fatto fare, tra gli altri, un esercizio che si chiama “respiro circolare” e che io ho trovato difficile ma bellissimo. E non vuoi che mentre lo eseguo comincio a sentire una strana voglia di piangere? E non vedi che appena ci rimettiamo nella posizione di riposo, le lacrime cominciano a scorrere copiose, venendo da nessun luogo e andando in nessun dove? E la cosa più assurda è che al contempo ho continuato a sorridere. Piangevo e sorridevo senza causa, lo facevo e basta. Bè, mi sono commossa per davvero, non mi era mai capitata una cosa del genere! Isa mi ha poi spiegato che quell’esercizio mette in moto le emozioni, le scova e le porta allo scoperto e se a me è successo così presto, è un ottimo segno. Ragazzi, forse la mia mente non è ancora una zucca gialla approntata per Hallowen! WOW!
Conclusione
Cavolo, non ricordo più che nesso avevo intravisto, traendone ispirazione per questo post, tra Flick, l’AtaYoga e le strane lacrime. Ma certo, è lei! È la libertà.
Il gatto Flick, pur tanto piccolo e indifeso, è naturalmente, decisamente libero.
L’AtaYoga m’ha resa libera l’emozione, sganciandola dall’obbligo sentimentale.
Le mie lacrime sono per la prima volta libere dai moventi, che me le cavavano fuori a mo’ di tenaglia che cava un dente dalla bocca. Libere dal dolore, dalla rabbia, dalla paura, dal senso di perdita.
Emulando il titolo del famoso libro “Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta”, potrei intitolare questo mio post: “Il gatto yoga e l’arte del pianto libero”. Ma mi piace lasciare quello che è venuto prima di pensarci, liberamente. Sempre metafisica della qualità è!
Ciao. mariateresa