sabato, 03 maggio 2008

intervista a Michele Mari pubblicata su A/Parte n. 15

Qualcosa che seduca, qualcosa che perda, qualcosa che resti.
La letteratura secondo Michele Mari in un’intervista di Alessio Lega.

Michele Mari: Io sono convinto che la grande letteratura debba essere diseducativa. Cioè, che una delle idee che più abbiano fatto male alla letteratura è che la letteratura debba rendere migliori, che la letteratura sia pedagogica. Che letto un libro si è migliori…quest’idea manzoniana… quest’idea cattolica!
Io sono proprio dell’idea contraria: che i libri guastino, rovinino. Che i libri turbino. Seducano e perdano. In questo aveva ragione Dante quando - nel quinto canto dell’inferno - dice che Paolo e Francesca si sono rovinati perché hanno letto di Lancillotto, e che se non avessero letto di Lancillotto si sarebbero amati platonicamente… avendo letto di quel famoso bacio invece sono caduti nella passione e nella morte.

Alessio (a parte al lettore): cade spesso nella sua passione, parlandomi, il più grande scrittore italiano. Michele Mari.
Da vent’anni stimato fra i maggiori, ma mai veramente celeberrimo, rappresenta un caso isolato. Un caso letterario che nessuno può ingoiare, archiviare, obliterare. Michele Mari, sin dal suo esordio, ha spiazzato e seminato il panico presso gli editori che si sono onorati di metterlo in catalogo (Longanesi, Bompiani, Mondadori, Einaudi), senza in fondo aver mai ben chiaro il genere in cui collocarlo.
Troppo letterario per essere best seller. Troppo incandescente, a volte quasi osceno per la materia stessa del suo narrare, per essere uno scrittore di algida ricerca. Troppi nodi di sentimento e dolore e passione nei suoi libri, per poter assurgere allo stato di maître à penser, di tuttologo televisivo. Mari non sarà mai l’intellettuale organico a una qualche utilità, sulle cui opinioni costruirsi un sistema di indicazioni, una percezione univoca della realtà.
Michele Mari è la resistenza della ricerca letteraria, il rappresentante, cronologicamente più vicino a noi, del geniale soliloquio dei prosatori che hanno fatto il nostro ‘900: Gadda, Manganelli, Landolfi…
Eppure un nutrito nucleo di suoi libri - La stiva e l’abisso, molti racconti, quest’ultimo Verderame - sono figli, per linea diretta, di Stevenson, di London, di Melville, del dominio demiurgico della materia narrativa proprio dei romanzieri ottocenteschi.
Di questa doppia essenza si alimenta la grandezza e in qualche modo la definitività di questo scrittore, già classico nel suo e nostro tempo.
Questo è il resoconto di una lunga intervista che mi ha concesso, in occasione della pubblicazione di Verderame, uscito in settembre per Einaudi.

Mari
: Ho sempre avuto una istintiva diffidenza verso tutto ciò che viene definito sperimentale, soprattutto nel caso dell’auto-definizione. Secondo me lo sperimentalismo, come la stranezza, la pazzia, è qualcosa di cui non ci si può rendere conto… nel ’500 i veri pazzi erano quelli come Piero di Cosimo, quelli che vivevano chiusi, segregati, i monomaniaci. Quelli che non sapevano di essere pazzi. Quelli che invece fanno la parte del pazzo non mi hanno mai convinto. Quelli che proclamano “io sono uno sperimentatore quindi rompo la metrica, rompo la sintassi, scandalizzo, associo le parole in modo a-logico” mi sono sempre sembrati dei superficiali dissacratori più che dei veri distruttori.
Lungi da ogni questione personale, io ho sempre nutrito una forte diffidenza nei confronti del gruppo ’63. Sono sicuro che nel ’63 mi sarei schierato dalla parte di Cassola, che quelli con disprezzo definivano Liala. Io, rispetto a un Balestrini che scrive Vogliamo tutto  e che è uno che ha delle idee, ma non ha penna, preferisco quella specie di Fogazzaro attardato che fu Cassola, chi insomma fa il suo onesto mestiere.

Alessio: Proprio tu mi dici questo? Ma tu sei - in larga parte - uno sperimentatore!

Mari: Mi rendo conto che se penso agli autori che amo di più, che più mi hanno entusiasmato nella mia infanzia, nella mia adolescenza  (che, come risulta dai miei libri, ritengo le età fondamentali, dopo le quali c’è poco da modificare) sono dei grandi ammaliatori, dei grandi affabulatori… i grandi costruttori di storie: uno su tutti, Jack London. Se dovessi portarmi nella tomba un libro solo, dell’intera produzione planetaria, sceglierei Il richiamo della foresta, che è il libro che più mi commuove. Oppure sceglierei Stevenson, sceglierei Melville…
Pensa che qualche anno fa ho letto Il conte di Montecristo, a cui mi sono accinto con un certo disdegno, con certi pregiudizi… e poi alla fine mi sono metaforicamente tolto il cappello venti volte di fronte a uno scrittore così.
Poi certo esiste anche il mio gusto adulto, un gusto più educato e raffinato, nato intorno ai vent’anni, che si è innestato nelle mie nevrosi, nelle mie storture mentali… e lì, più che essere un lettore, mi sono trovato infettato da Gadda, Celine, Gombrowicz, Kafka, Guimaraes Rosa, Borges, Bioy Casares… cioè autori molto capricciosi, ossessivi… però London lo leggo ancora con lo stesso trasporto con cui lo leggevo da ragazzino… E’ rimasta la sospensione dell’incredulità, per dirla con Coleridge. Non c’è stata crescita, non c’è stata abiura.
Forse posso indicarti in due miei capisaldi, Hoffmann e Poe, il punto di contatto… due autori che hanno l’affabulazione di Stevenson, ma, come in Baudelaire, l’aspetto contagioso, infetto, ossessivo della letteratura. Per merito di scrittori come loro non mi spingerò mai fino a trovare triviale - come suggeriva Manganelli - la trama. In me esistono tutti e due gli aspetti, e sono sempre venuti a compromesso.

Alessio: Eppure… insisto, tu sei uno scrittore barocco. Conscio della stupidità dei paragoni, potrei spingermi - per spiegarmi - a trovare in Bufalino uno scrittore in qualche modo tuo prossimo.

Mari: Io sento che quello che tu chiami barocco (cioè l’artificio, la complicazione, il divertimento culturale, la ricerca di un’espressione alta, non standard, non quotidiana) in modo per nulla sperimentale… in me è paradossalmente un fatto viscerale. È il mondo in cui sono nato, l’insieme dei libri in cui sono cresciuto, è il tipo di cultura che mi ha formato, quindi è il mio modo di restituirla… non c’è nulla di artificiale. Ma soprattutto sento che questa complicazione linguistica è funzionale alla storia, ne esalta i momenti di particolare pathos, di emozione, di raccapriccio. Di fronte ai momenti più intensi un innalzamento - come anche un brusco abbassamento - qualcosa che non sia la norma è fisiologicamente necessario.
Un tema piuttosto presente nei critici che mi hanno seguito, anche con simpatia, dai primi tempi, è che io sia un manierista, uno che ricava letteratura dalla letteratura… Ma come? Proprio il mio manierismo è la risposta più patologica a un eccesso di vitalità. Ci sono cose che sono troppo scabrose. Troppo imbarazzanti. Troppo storte. Cose che non si possono dire in modo normale, ma solo in modo stilizzato, eufemizzato, metaforizzato. Esistenzialmente parlando io sono tanto più autentico quanto più sono complicato nella forma.
La questione venne fuori alla pubblicazione della mia prima raccolta di racconti, Euridice aveva un cane. Al contrario di Tu, sanguinosa infanzia (la  seconda raccolta, scritta tutta nello stesso periodo, dunque con una maggiore unità stilistica oltre che tematica), i racconti di Euridice coprono dodici anni di produzione: ve ne sono di quasi naturalistici e di più barocchi. I critici sostenevano che i primi fossero quelli in cui ero più autentico, mentre io ero e sono convinto che le mie viscere e la mia anima si trovavano soprattutto nei secondi. È dentro quelle figure retoriche, è dentro quegli artifici che io mi sono nascosto… se non avessi assunto quella maschera non avrei avuto né ardire, né divertimento di dire tanto.

Alessio: E così sei arrivato al punto di scrivere Rondini sul filo, il tuo libro più incandescente, con lo stile di Céline… da una parte ti assumi il peso di mettere in piazza le tue ossessioni più inconfessabili, il nucleo di dolore che non puoi condividere con nessuno, quello che ti rende solo anche nella vita di coppia, dall’altro ti trovi a fare il verso a uno scrittore… a che terribile scrittore, poi.

Mari: Se non avessi assunto quella maschera… o anche un'altra - se non era Céline sarebbe stato un altro - non avrei potuto affrontare una materia così scabrosa, realmente vissuta con tanto di personaggi riconoscibilissimi in una Roma di oggi. Ho dovuto scriverlo come l’avrebbe scritto Céline. Ho voluto assumere Céline e metterlo come un golem dietro la mia pagina, ritirandomi dietro le quinte per fare di lui lo scrittore del mio personaggio, della mia vita. Era una condizione inevitabile, più ancora che funzionale, a quella storia. Da solo quel libro non l'avrei scritto, perché mi sarebbe sembrato di scrivere un diario, una lagna, una recriminazione... fatto sta che ne è uscita fuori un’opera che divide i miei lettori fra gente che lo adora, e lo considera il mio miglior libro, e altri che trovano che non avrei dovuto scriverlo, tanto è un pugno nello stomaco… con l'aggravante immorale di aver messo in piazza i fatti privati di tante persone.

Alessio: Rondini sul filo è un libro tremendo e, in questo senso, céliniano; pur avendolo amato alla follia, mi è assai difficile rileggerlo, tanto entra in una zona inviolabile dell’essere umano.

Mari: Immagino, immagino... io ritengo comunque che sia uno dei miei libri migliori... forse non il migliore, perchè quello a cui sono più legato - anche se questo può non dire molto - è Tu, sanguinosa infanzia.

Alessio: Quello per me fu il libro della rivelazione, quello che mi fece diventare il tuo profeta fra gli amici, che venivano sottoposti a estenuanti letture via telefono dei tuoi racconti... certo che poi... quando mi procurai quel romanzo capitale e definitivo che è La stiva e l'abisso...

Mari: E invece mentre Rondini sul filo ha avuto senz'altro una eco, La stiva e l'abisso è passato inosservato. I miei libri più conosciuti restano Euridice aveva un cane, Tu sanguinosa infanzia e Io venia pien d'angoscia a rimirarti... anche se su quest’ultimo ha avuto un peso l'essere entrato nel Campiello...

Alessio: Verderame - il tuo libro appena uscito - è in qualche modo un racconto lungo che viene ad aggiungersi a Tu sanguinosa infanzia, completando questa particolarissima lettura di quell’età, che va oltre l'ormai scontato rovesciamento dell'età dell'innocenza. Tu vedi nell’infanzia la radice, il cuore della tenebra delle più cupe ossessioni, con cui forse nell'età adulta si scenderà a patti?

Mari:  In Verderame si tratta di un’adolescenza un po' precoce, ma, tutto sommato, sì... c'è questa compatibilità...

Alessio: Verderame gioca - in maniera straletteraria da un lato, e completamente introversa dall'altro - con i generi letterari: il noir, in particolare quel tipo di noir che affonda le radici nel passato, la fantascienza e l'horror lovecraftiano... tanto che in copertina c’èun'illustrazione di Karel Thole - storico copertinista dell'Urania - già quasi una citazione... Ebbene, oggi in Italia si pubblicano moltissimi noir e  gialli, solo che questa letteratura sembra aver rinunciato alla sua vocazione cupa e disperata per diventare tranquillizzante e diversiva...

Mari: Tanto più tranquillizzante perché stereotipata: cose alla maniera dei film poliziotteschi anni '70 - Roma uccide, Milano spara - o le solite storie di serial killer... e chissà perché poi, in controtendenza rispetto ai
classici del genere - Chandler, Cain, Hammet, che scrivevano capolavori di cento pagine - si producono tomi enormi... polpettoni!
Comunque io non li leggo... tanto per cominciare perché sono un lettore pigro... poi perché quando scrivo non leggo perché non voglio interferenze. In ultimo perché continuo a saltare fra letteratura medievale, classici dell'ottocento e qualche libro contemporaneo, che però, appunto, càpita... e poi a me, come per i film, piace essere poco aggiornato, scoprire le cose con un po' di ritardo.

Alessio: Ciò che a me dispiace nella degenerazione della letteratura popolare, è la rinuncia alla vocazione di dialogare con un lettore che è anche un cittadino, una figura attiva nel suo tempo e nella sua realtà.
Quella vocazione che ha in Zola un capostipite e nel nostro Sciascia un caposaldo. Una letteratura che forse non rende migliore il mondo, ma che cerca di rendere più smaliziati i lettori, e che a ciò si adopera assumendo le forme della letteratura popolare, del feuilleton, del giallo.

Mari: Non vorrei nemmeno essere frainteso col mio discorso sul potere negativo della letteratura… il mio era un discorso innanzi tutto reattivo.
Poi, se mio figlio che ha dodici anni, anziché passare le giornate al game-boy (quest’estate abbiamo lottato a lungo su questa questione) legge Zanna bianca io sono ben contento! Non perché Zanna bianca debba necessariamente dare una visione del mondo migliore di quella del game-boy, ma perché allena la testa ad essere più reattiva, più critica, analitica… mentre quell’altro è solo una specie di droga… meno ancora, una specie di ipnosi narcolettica.
La lettura, se non altro, insegna a parlar meglio e scriver meglio, e poi ti dà una duttilità. La letteratura fornisce un’esperienza del mondo prima dell’esperienza.
Io sono uno che ha incominciato a vivere tardi… ho fatto tutto tardi: rapporti personali, rapporti sessuali, rapporti di amicizia, sport… tutto ciò che è vita estroversa, tutto, l’ho fatto con anni e anni di ritardo!
Però mi ero avvantaggiato attraverso i libri. Non avessi letto sarei stato una specie di Forrest Gump in balia del vento… se non altro, pur nella mia inesperienza, avevo tutta una serie di strutture mentali che mi hanno fortificato.

Alessio: E però questa è ancora un’utilità generale, del tutto extratestuale… invece volevo proprio chiederti se pensi che ci possa essere una vocazione della letteratura che, oltre che al lettore, si rivolga al cittadino per comunicare una riflessione sulla società in cui vive.

Mari: Per come sono fatto io ci sono effettivamente un po’ di problemi… ma trovando il lettore empatico, sensibile, questa comunicazione può attivarsi. Credo di aver scritto delle cose eticamente civili in alcuni libri… in Rondini sul filo per esempio… quando, come nei film di Dino Risi, si additano al ludibrio queste figure di costruttori, di nuovi ricchi, questa gente tipo Briatore… io a un certo punto dico una cosa politicamente molto scorretta – e me l’hanno fatta notare.

Alessio (a parte al lettore): a casa poi me la son ritrovata testualmente la citazione da Rondini sul filo a pagina 308.
(…) gente antica, senza carte di credito, ragiono come Pasolini qui, preciso…invece quando vedo sta folla di culi grassi, viziati fin da bambini, mafiosi nel DNA, ambiziosi ma resi mediocri dal voler piacere…essere a posto, approvati…deodorati di fuori e di dentro, brillanti…gente che non cena prima delle nove per il terrore di passare per contadini, non c’è pericolo! che un contadino solo ne vale venti, di bocconiani! trentotto di laureati del DAMS! (…) mi viene dato del fascista per la centesima volta, la verità è che sono talmente  a sinistra, talmente! che faccio tutto il giro e risbuco di là, saran poi fatti miei come cacchio mi muovo…purtroppo il nodo è insolvibile, lo illustro! finisco di rovinarmi, pazienza! un aneddoto, via Appia tratto Re di Roma – Ponte Lungo, nel traffico veniamo affiancati da un’Alfa Romeo rutilante di novità, la guida un essere arcaico, ferino diremmo, un autentico bruto…vederlo in un campo agitare la marra ne rimarrei incantato! un antico! uno vero, feroce! fisionomia da primate, bellissimo quanto! ma lì, dentro l’Alfa, coi cerchi in lega e l’air-bag…era osceno, non la macchina, lui! che non poteva, ma c’era! come una stortura nel cosmo, una contaminazione di ere…allora le fo sto commento, che era molto triste essere stati comunisti e aver creduto nella democrazia se poi sto bel risultato la democrazia, consentire a quello di comprarsi una macchina tale! erano mica a sto fine le manifestazioni contro Scelba-Tambroni! Fanfani-Rumor mica li abbiamo fischiati per questo! ecco l’aneddoto spiega, se il fine era questo meglio l’ancien régime, quando i cazzoni erano concentrati a Versaille, chiusi dentro come un manicomio. (…)
fine della citazione.

Mari: Meglio allora l’ancien régime, dico, dove almeno gli stronzi erano pochi, tutti ghettizzati a Versailles e stavano lì e non offendevano l’occhio, mentre oggi ti volti e vedi tanti piccoli Berlusconi… allora, se uccidere il re significa fare tante piccole caricature del re, meglio che ce ne sia uno solo, stronzo, enorme… So che pare un discorso un po’ estetizzante…
Oppure - altra mia battaglia di retroguardia - quando io faccio l’elogio della conservazione, contro questa smania dell’ammodernamento, del portoncino con l’alluminio zincato, del praticello all’inglese… dico, ma perché non ci teniamo le nostre vecchie cascine così come sono? Perché tutto dev’essere rileccato, oppure finto vecchio? Perché non è possibile andare per due anni di fila nello stesso negozio senza trovarlo tutto rinnovato, marmorizzato? Perché devo veder scritto La boutique del pane o Non solo pane, laddove c’era Panettiere o Prestinaio? Lì io metterei le bombe! Per me quella è l’ignoranza profonda.

Alessio (a parte al lettore): a questo punto discettiamo sulla filologia del termine milanese di prestinaio per panettiere… Mari propone la derivazione da presto, cioè colui che presto si deve levare per fare il pane, ma poi consultando dizionari specifici, finisce per trovare pistrinum, ovvero la radice latina del verbo Impastare… l’impastatore, il prestinaio… così, tanto per dire come si vaghi deliziosamente in casa Mari.

Alessio: Certo per idiosincrasie come le tue Milano è una città perfida, con una rara tendenza a rinnegarsi, a disumanizzarsi, e inevitabilmente a diventare più volgare e affarista.

Mari: Noto con dolore che anche Roma si sta milanesizzando: tanti vecchi negozi scompaiono, tanti affitti sono disdetti, tante ristrutturazioni, tanti sampietrini levati per far posto all’asfalto.

Alessio: Di resistenza in resistenza, ho notato come in questo Verderame si affacci il tema mitico della resistenza al nazifascismo…

Mari: Certo… anche per reazione. La zona in cui l’ho ambientato, tra Laveno e Luino, quindi vicinissimo a Gemonio, il paese di Bossi… è una zona particolarmente filistea, la culla della Lega.

Alessio: A proposito, visto che buona parte delle battute di uno dei due protagonisti del romanzo sono in milanese, i tuoi editor non son scoppiati a piangere?

Mari: No, no… anche perché l’Einaudi già pubblica Niffoi e Fois che hanno molti passaggi in sardo… anzi direi che tranne la mia ex-moglie che è romana - e dunque ha una chiusura a priori nei confronti della Lombardia, e in particolare della Brianza  -  nessuno in Italia ha trovato particolare difficoltà. Poi le battute sono sempre in contraltare con quelle in italiano dell’altro personaggio, per cui quel poco che dovesse sfuggire lo si ricostruisce dal botta e risposta.

Alessio: Verderame mi sembra un tuo punto d’arrivo, nel senso che qui i due generi che scrivi, quello autobiografico e il romanzo avventuroso, si fondono… dobbiamo trarne un’indicazione per i tuoi libri futuri?

Mari: Questo proprio non lo so… non per fare il prezioso, ma perché lascio passare almeno un anno tra la fine di un libro e l’idea stessa del successivo, e poi non so se sarà un romanzo lungo… se sarà un racconto…non lo so…So di preciso che non so scrivere su commissione, e tante volte ho anche perso dei bei quattrini per questo!
Il fatto di avere un tema dato e una scadenza mi raffredda ogni estro. Ora ad esempio mi hanno offerto di scrivere una Guida sentimentale di Milano. “Guardate che io odio Milano” ho risposto, e quelli “Meglio!”…
Però…già il fatto di dover scegliere dei luoghi, lavorare con un fotografo, mi mette addosso un’ansia… che proprio non so se ce la faccio!

Alessio: Pensa te… e io che ti facevo uno scrittore che nel rapporto con la pagina era completamente freddo, ingegneristico, attento alla struttura…amante del lavoro di lima.

Mari: No, no… io scrivo sempre senza rete. Mi butto e scrivo, poi verso metà libro - ma non prima - comincio a pormi dei problemi di equilibrio e vedo se è il caso di spostare qualcosa, di interpolare capitoli.
Non ho mai, te lo dico con certezza letterale, scritto una scaletta per nessuno dei miei libri, ma nemmeno di una pagina. Magari ho fatto e rifatto un passaggio che non mi veniva. L’aspetto progettuale m’ha sempre aduggiato…
Una fase del mio lavoro che proprio non mi riesce di amare è quella in cui, finito il libro, me lo rileggo per correggere le incongruenze. Mi metto lì, come una specie di redattore di me stesso per aggiustare…

Alessio: A rischio di sfiorare la piaggeria devo dirti allora che tu devi avere talmente interiorizzato il senso della struttura che ti escono fuori, accanto a flussi di coscienza come Rondini sul filo, dei romanzi perfettamente ingegneristici quali Tutto il ferro della Torre Eiffel.

Mari: Quello è stato scritto proprio per accumulo, sull’onda della contemporanea ed entusiasta rilettura di Céline e di Benjamin…

Alessio: Così contrapponi al genio malefico di Céline quello buono di Benjamin, pensatore ebreo morto in modo così tragico mentre fuggiva dai nazisti.
A proposito, tu come concili l’ammirazione per Céline con la sua adesione alla persecuzione antisemita?

Mari: Ho letto tanti libri che si sono interrogati sul fattaccio…
Beh, innanzi tutto c’è una questione generale che è la bravura… chi può preferire leggere una schifezza di un brav’uomo al capolavoro di un criminale?
Se a un certo punto viene fuori che Bach è un ammazzabambini che fai? Non ti piace più la sua musica? Certo c’è gente che non la pensa così, però io non posso essere una banderuola in mano alla cronaca, voglio trovare nella bellezza qualcosa di oggettivo, di matematico.
Di Céline come uomo si può dire che lui - che faceva il dottore - continuò sempre a curare gratuitamente anche i pazienti ebrei e mai e poi mai ne denunciò alcuno. Certo… meglio se quei pamphlet non li avesse scritti, ma - sarà per l’ammirazione - non riesco a trovarlo un personaggio così orrendo. Lo trovo psicotico, diviso, scisso… era un uomo straordinario in tutto, anche nel creare situazioni malate, morbose… però il suo essere un grande scrittore è proprio anche questo.

Alessio: La tua operazione che mi è rimasta meno chiara è stata la Filologia dell’anfibio, uno strano romanzo, quasi un libro intenzionalmente comico, una satira antimilitarista scritta col tuo stile alto.

Mari: Beh, strano romanzo certo, visto che non è un romanzo! È un diario, a tutti gli effetti, per quanto atipico, visto che la sua scrittura è sfasata rispetto agli avvenimenti. Mentre mi capitavano le cose orrende, o semplicemente surreali, che attengono al mio servizio militare (’79/’80), mi veniva voglia di scriverle. Poi lì… sporchi, sudati, senza un tavolo, senza luce… senza le condizioni per scrivere, vi rinunciai. Un lustro dopo, visto che i ricordi erano sedimentati in me, e prima di perderne l’esattezza, ne feci un libro, che però riguarda il solo CAR, la fase più traumatica. Lo spirito con cui l’ho scritto non era comico, ma loico-aristotelico. Fu il mio modo di esorcizzare tutto quel tempo buttato.

Alessio: Altro tuo strano libro è il libro di poesie, uscito recentemente per la prestigiosa collana bianca dell’Einaudi Cento poesia d’amore a Lady Hawke…lì io mi aspettavo un poetare complesso: forme chiuse, sonetti, invece mi son trovato di fronte al tuo libro più immediato, epigrammatico…una storia d’amore.

Mari: Quelle sono vere poesie d’amore a una vera destinataria.
Ho vissuto per trent’anni un amore platonico, non solo non corrisposto, ma nemmeno rivelato, per una compagna di classe, con cui mi rivedevo a cena ogni dieci anni. Lei ha preteso di non aver mai capito, così che quando io, ormai rotto alle cose della vita, le ho detto in modo scherzoso di questa mia pazzesca fedeltà, è cascata dalle nuvole.
Ma come caschi dalle nuvole? ho detto…allora ci siamo scambiati nel giro di pochi mesi 500 e-mail a testa, in cui, con mio grande compiacimento, le ho visto fare il percorso sentimentale che io avevo fatto in trent’anni.
Però, non avendo alcuna volontà di rivoluzionare la sua vita, mi ha detto di voler andare avanti così, su dimensioni parallele. Benissimo!
Io già vivevo da trent’anni quest’amore in maniera solipsistica… ora sapevo - dalle sua mail appassionate - di essere persino ricambiato… grasso che cola, come suol dirsi!
Però, a un certo punto, lei non ce l’ha fatta comunque più ad andare avanti nemmeno così, temeva di perdere il controllo sulla vita reale; io invece sono un esperto di vite dissociate. Faccio lo scrittore, ho sempre avuto due o tre vite senza alcun problema…che non fosse pratico!
Quindi siamo arrivati a un punto morto, parlare non si poteva più - parlare può essere scivoloso, vischioso, imbarazzante - così ho cominciato a mandarle delle poesie. Quelle poesie dunque sono state scritte per un’interlocutrice reale, non particolarmente letterata, come avrei potuto lavorare su forme chiuse, su modi ermetici? La prima istanza era pratica: comunicare per mezzo di un linguaggio che lei percepisse altra cosa dalla sua vita reale. Ha funzionato: la poesia, per lei, veniva da un altro mondo, quasi noi fossimo davvero i personaggi di una favola, la favola di Ladyhawke. Così ogni giorno io le mandavo una poesia, e se per un giorno tardavo lei sollecitava…
Anche questo gioco però ha finito per spaventarla, non riusciva più a dormire, aveva paura di nominarmi la notte… insomma, abbiamo chiuso. Io però ho deciso di pubblicare le poesie… mi son detto: almeno resti qualcosa di concreto di quest’amore platonico, come fosse un figlio. Un figlio di carta e d’inchiostro.
 
Qualcosa resti delle nostre storie!

(intervista raccolta a Milano il 18 settembre 2007)
postato da: AmoreAnArchiA alle ore 18:35 | link | commenti (1)
categorie:
lunedì, 31 marzo 2008

Nous souffrirons tant qu’il faudra

Questo sta scritto su uno straordinario quadro che raffigura quattro donne di dolore,  cupe e bellissime protagoniste di una tragedia indicibile, senza tempo, senza consolazione. Il pittore è Gino Sandri, nato nel 1892, uomo “con un grande futuro” al quale il futuro fu tolto dalla follia del sistema psichiatrico. Vittima per motivi politici di internamento in manicomio nel 1924, entrato e uscito dal manicomio durante tutta la sua vita, morto in manicomio nel 1959. Ci ha lasciato il frutto del suo genio artistico, che nessuna violenza riuscì a sopprimere, e 60 quaderni di un diario disperato e sognante.
Da questi diari il regista-attore Simone Franco, leccese trapiantato a Roma, un artista che usa la voce, il volto ed il gesto con la sapienza della commedia dell’arte, che sa essere grottesco e languido, stentoreo e sommesso, feroce e lirico, ha tratto un monologo in un atto unico (cinque quadri e quattro scene), “Il mulino degli sconcerti – Le memorie di Gino Sandri”: un’opera intensa, commovente, difficile ed indispensabile. L’ho vista stasera al “Paisiello” di Lecce, e mi ha colpita dritta al cuore, tanto che ve ne scrivo con un groppo di lacrime in gola.
 
Questa è la scena:
 Oscura e vuota: la stanza della memoria. Buio antro amniotico in cui si rivela l’ uomo con i suoi resti, un cavalletto, una scatola di noce, una sedia, una valigia. Tra le mura d’un padiglione, tra le reti d’un cortile, tra le vie d’un paese, l’uomo percorre il suo destino ed ogni passo è un ricordo ed ogni passo è un evento. Col suo lento incedere l’uomo segna il perimetro delle porzioni in cui risulta suddivisa la scena: la prima è quella di destra in cui l’uomo riferisce il racconto “Il mulino degli sconcerti”, a sinistra la seconda porzione dei giudizi psichiatrici, nel centro il racconto del Dottor Cerletti ed il funzionamento dell’elettroshock, sul fondo il collage da “Cosa è la follia”. Di tanto in tanto una radio a galena, sistemata sul palco, trasmette allegre canzoni di Giuseppe Di Stefano, Gino Bechi, Tito Schipa, in successione e contrasto da far allegare i denti con i rumori di scosse elettriche, diffusi dagli altoparlanti, e l’asettico, preciso resoconto scientifico delle tecniche ed effetti dell’elettroshock.
E questi sono alcuni frammenti dei diari di Gino Sandri:
“Come non ricordare i giri di ore, giorni, settimane, mesi, attorno ai tavoli delle Sale Residenza Misti, giri d’un centinaio d’uomini per sala vociferanti le loro follie o lo scherno alle altrui, o assorti in giuochi di schiamazzo o in concentrazioni di letture impossibili e io balzante da una finestra all’altra cercando farmi piccino o non esser visto dall’infermiere di guardia e disegnare, disegnare, disegnare tutti i volti e gli scorci possibili”. “Senza ammonimenti o confronti fui colpito d’una misura nuova e unica d’inquisizione nel pensiero questa con trauma mi troncò la carriera”.
“…in una casa di salute ove fui trattenuto, girato a un’altra nell’allegria panica d’una grande scoperta che infatuava tutti…”.
“Altri sono lì proni, affranti con le teste segnate di veterani… che tocchi o meno non domanderebbero che rialzarsi pertinacemente a lavorare, lavorare a qualcosa di convincente in un mondo magari magnanimo e fraterno…”.
Alla fine (a proposito, lo spettacolo è stato dato per finanziare la costituzione di biblioteche per i bambini ospiti di case-famiglia del Salento, e l’autore-attore ne ha preso personalmente l’iniziativa, lavorando gratuitamente, anzi, pagando anche il biglietto!!) ho atteso che l’artista uscisse, gli ho stretto le mani e l’ho ringraziato di cuore, per l’opera e per l’interpretazione. Poi sono andata a visitare la piccola mostra dei quadri di Sandri, allestita in una bella libreria vicina al teatro. Una serata davvero bella, utile e bella. Ah, mi dicono che Simone Franco è anarchico, o giù di lì. Bè, tout se tient!
ciao. mariateresa
 


postato da: cenerinocodarossa alle ore 02:52 | link | commenti
categorie:
lunedì, 10 marzo 2008

Ercole e la regina di Saba di Rino De Michele

dal compagno Rino de Michele riceviamo e volentierissimo pubblichiamo questo racconto:

Il mio incontro con i film storici, che vidi quasi tutti, inizia attraverso due grossi barattoli di latta usati per contenere la salsa di pomodoro.
Mio cugino Enzo, il maggiore dei figli di Maria e Santino, si era esaltato con il culturismo. Siccome andare a fare attrezzi in una palestra non rientrava nelle prospettive e nelle possibilità di spesa della famiglia Sciabica, il giovane decise di costruirsi un arnese adatto alle sue necessità. Si fece regalare, dal negoziante di generi alimentari di fronte casa, due barattoli per la salsa vuoti e trovò, in un cantiere edile, un vecchio tubo per l'acqua. Questo fu quasi tutto l'occorrente per poter realizzare il suo progetto.
Riempì i barattoli di cemento e vi conficcò, per unirli, il tubo che diventò così il manubrio di due pesi da sollevamento. Io, incuriosito da ogni novità, assistendo alla costruzione del manufatto ebbi l'impressione che un lato dell'attrezzo fosse più pesante dell'altro, ma questo risultò non essere un grave problema poiché Enzo mi disse che, nel sollevamento sportivo, sarebbe bastato ogni tanto ruotare l'attrezzo e i muscoli avrebbero avuto comunque uno sviluppo armonico. Poi mi sfidò ad alzarlo; ci tentai e, con un notevole sforzo ci sarei anche riuscito, ma desistetti subito, volevo dare onore e soddisfazione a mio cugino che infatti, subito dopo, mi mostrò come era semplice quell'esercizio per i suoi muscoli già vigorosi.
Bene, non passava un pomeriggio senza che si allenasse nel sollevamento pesi e che non guardasse allo specchio un portentoso sviluppo muscolare che, tra tutti in casa, soltanto lui notava.
Quello era anche il periodo, alla fine degli anni '50, in cui sugli schermi imperversava il genere storico; film come "Le sette fatiche di Ercole", "Ercole e la regina di Saba", "Maciste contro Ercole", "Ursus nella valle dei ciclopi", e via così. L'attore che Enzo preferiva era Steve Reevers, non certo per le sue doti recitative ma per l'estensione abnorme di bicipiti e pettorali che lo stesso esibiva nei panni, ridottissimi, di Ercole, Maciste o Ursus.
Quando a Marsala qualche sala cinematografica dava un film con questo artista, mio cugino avrebbe voluto essere il primo spettatore a farsi staccare il biglietto, ma si vergognava. In sostanza, era convinto che, ormai avendo quasi diciotto anni, se qualche suo amico lo avesse visto assistere ad un film di quel genere sarebbe stato preso in giro per l'eternità. Decise comunque di non arrendersi, avrebbe mandato me al cinema al posto suo e io, al ritorno, gli avrei raccontato quanto visto. Naturalmente a lui non interessava la trama, che sapeva essere insulsa, ma voleva che io gli descrivessi le situazioni in cui i muscoli di Mr. Reevers entravano in funzione: cosa riusciva a sollevare, quanti avversari batteva contemporaneamente, se piegava grosse sbarre di ferro, cose di questo genere. Io gli riferivo tutto quanto lui pretendeva ma spesso mi inventavo le cose poiché ero più interessato alla storia che all'osservazione dei muscoli del protagonista.
Quei film venivano proiettati quasi sempre in un locale proprio al centro della città, in una laterale del Cassero, al cinema "Popolo". Il prezzo del biglietto era il più basso sul mercato e gli spettatori erano esclusivamente pensionati, che andavano in sala, e ragazzini che, pagando ancora meno, andavano in galleria.
Mi recavo volentieri al cinema ma c'era anche un grosso problema. A quel tempo, dato che per più di tre quarti dell'anno venivo trattenuto in Liguria ospite di un collegio dell'aeronautica militare, parlavo esclusivamente in italiano e a Marsala non conoscevo nessuno. Lì, non è che fossi molto in linea con gli altri bambini della mia età, ero diverso e tragicamente solo.
Con i soldi che Enzo mi dava, riuscivo ad andare in galleria dove incontravo una cinquantina di bambini feroci che parlavano una lingua da cannibali, che si spintonavano, che lanciavano di sotto, sul pubblico in sala, palle di carta o sputavano bucce di simenza masticata urlando: - A cu' pigghiu piiiigghiù!
Dal basso, i pensionati rispondevano immediatamente con parolacce ed irriverenti certezze nei riguardi del mestiere delle nostre mamme. Ogni spettatore, grande o piccino che fosse, fumava ininterrottamente; si veniva a creare così una fitta nebbia tossica che, lentamente, si sollevava verso il soffitto impregnando capelli e vestiti. Sinceramente a me non dispiaceva vedere il fumo che morbido si attorcigliava attorno al fascio di luce del proiettore; mi faceva immaginare che stavo in un locale di assassini persiani, pensavo di pilotare uno Spitfire tra le nuvole del cielo della Germania, che il "Nautilus" del capitano Nemo solcasse le gelide acque dell'oceano antartico.
La baraonda non terminava nemmeno quando si spegnevano le luci e lo spettacolo iniziava poiché il pubblico, individuato subito il picciotto (l'eroe protagonista) e 'u trarituri (il cattivo), iniziava ad incitare o a fischiare ogni azione. Quando sullo schermo c'era un bacio si levavano, senza eccezione, mugugni e fremiti di complicità. Da quanto descritto, facilmente capirete i motivi per cui stavo seduto, nella sedia più esterna dell'ultima fila, in silenzio guardando sempre fisso davanti a me. Durante l'intervallo tra il primo e il secondo tempo era dura; cercavo di assumere un'aria di uno disinvolto che sta con un gruppo di amici che, proprio in quel momento, erano andati tutti assieme in bagno. Ero sicuro che se gli altri miei coetanei avessero capito che ero da solo e che, soprattutto, parlavo come parlavo, mi avrebbero afferrato e buttato di sotto, sulla testa dei vecchietti, urlando: - A cu' pigghiu piiiigghiù!
Mi andò bene, riuscii sempre ad uscire da quel luogo vivo a riveder le stelle.
postato da: AmoreAnArchiA alle ore 19:02 | link | commenti
categorie:
giovedì, 06 marzo 2008

il 7 notte presso Firenze

Nell'ambito di un'iniziativa degli studenti di sinistra di Firenze sull'antifascismo, canterò a notte (alle 23.30), accompagnato dallo scudiero Rocco al basso e con Isa come ospite, presso il Polo Scientifico di Sesto Fiorentino.
Per chi volesse nello stesso ambito sin dal pomeriggio c'è un convegno e poi a sera una cena popolare.

E con questo argino un po' la mia pigrizia informatica e l'assenza di informazioni sulla mia attività live, dovuta allo stra-levoro editoriale in cui sono annegato... (e non all'assenza di attività, come i maligni potrebbero sospettare) ma di cui presto (sic!) avrete notizia.

postato da: AmoreAnArchiA alle ore 14:14 | link | commenti (2)
categorie:
venerdì, 15 febbraio 2008

Le spallone di Goldrake

Era il 4 aprile del 1978: su Rai Uno partiva Goldrake, alias Atlas Ufo Robot. Mi conquistò subito, il primo robottone giapponese in tv, e lo guardavo insieme all'Alessio, che allora non aveva ancora sei anni, lui, mentre io credo di non averli mai superati (almeno quanto ad emotività).
E la sigla? Nu’ scigghiu! ( = una meraviglia, una figata;  letteralmente “disordine”)
 
Si trasforma in un razzo missile/ con circuiti di mille valvole/ tra le stelle brilla e va... lui respira nell'aria tossica/ è un miracolo di elettronica/ ma un cuore umano ha...
 
Ecco, l'ho appena sentito a Neapolis, mi sono vista in flash-back con quelle belle (sic!) spallone imbottite, che facevano sembrare  anche me un robot, e mi sono commossa. Che posso farci? Potrei non dichiararlo pubblicamente, come suggerirebbe il mio flaubert personale cestinando senza pietà, ma oggi – ehi!, qualcuno ha letto il mio post di ieri? – oggi è il mio compleanno, ergo è il compleanno di canerinocodarossa: non crederete mica che una pappagalla, anzi una pappagalla dotata di 950 parole, se ne stia zitta e buona proprio nel giorno della sua venuta al mondo? Poffarbaccobaccone, certo che no!
Eh sì, eh già, ho letto il tuo commento, caro il mio monsieur Flaubert, oggi me ne fregherò dei casini e verroni, dei PD e PDL (quando dici una consonante in più, dici la differenza, ih! ih!), oggi andrò in libertà.
 
Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io…
 
LAPO…?!? Al giorno d’oggi, se dici Lapo, non ti vien mica in mente l’Alighieri, ma quel pollone dell’albero fiat che… pussa via, brutto gallinaccio!
Ok, ricominciamo.
 
In alto galleggia una gialla cometa/ passando nel cielo di notte di seta/ volevo cantarla ma si è sprofondata/ lasciando il riflesso di una moneta/ riflesse negli occhi io c’ho due monete/ nel campo dei miracoli le ho sotterrate/ ma se la cometa ritorna a passare/ io non sarò più qui ancora a cantare/ del mare, del cielo, di qualche ricordo/ chissà, della morte, cercando un accordo/ del tempo che passa, di tutto quel moto/ di questo pianeta che nuota nel vuoto…  
 
Ma dico io, vi sembrano versi adatti ad un giorno di festa? Eh? Chi disturba? Ah, è cenerino che replica: “tanti cazzi, hai detto che andavi in libertà e subito te lo rimangi? Ma la conosci sta parola?
LIBERTA’ LIBERTA’ LIBERTA’!
 
Vuol dire quello che senti, che vuoi che scegli che fai che guardi che ascolti che insegui che lasci che ami che curi che dimentichi che rammenti che ti strugge che ti rosica…” Ma come sei inelegante... e cosa mi rosicherebbe adesso che t’è venuto in mente proprio questo? Mumble, mumble…
Mi rosicherebbe che ogni compleanno è una tacca in più sul tabellone della bella signora…Ohilà, chi ha letto “Le intermittenze della morte”? Ohibò, ma le ho lette proprio io! Oh, Saramago, SaràMago?, che scrivi così bello e così bravo, e ti ritrovo dietro molti angoli della mia zigzagante memoria!
Ordunque, la signora Morte, dopo uno scandaloso periodo di latitanza, riprende il suo lavoro e ricomincia ad agire, avendo cura, a scanso di equivoci, di informare della fine imminente i soggetti da lei prescelti con delle spaventose missive scarlatte. Tutte le lettere arrivano a destinazione tranne una, rinviata per ben tre volte al mittente. È indirizzata a un violoncellista che vive in solitudine con il suo cane, riservando ogni momento della sua vita alla musica. Per conoscere quest’uomo, l’unico in grado di evitarla, la morte decide di trasformarsi in una donna e di consegnargli personalmente la lettera. Si introduce di soppiatto nella sua casa, lo ascolta mentre suona, e accade l’impossibile….
Un altro scigghiu, non vi pare? Leggete e sperate.
Di parola in parola…
 
Una signora non più giovane sorride alla fermata del passante per Milano...
 
Ma questa signora, Signore e Signori, sono io, proprio io medesima propriamente! Io vado spessissimo a Milano, io sorrido a Milano! Ed io sono anche “non più giovane”. Grazie Max, grazie che m’hai immortalata senza nemmeno vedermi, così posso fregarmi le mani zitta zitta e dirmi: cazzo, mi hanno messa in apertura di un capolavoro sublime!
 
E poi c’è qualcuno che invece ha guardato proprio la “substantia”, la zampettante cenerina in piume ed ossa, e queste son fortune che non capitano a tutti.
 
E attraversando la mia età
mi fermerei sopra le scale
risento l'eco della voce di papà
gridare
chissà cos'ho fatto di male?
 
Ma ora non è più mio padre
adesso è il tempo che mi picchia
non ci può essere mia madre
a riparare
la mia rovina e la mia bocca
 
Di mio padre ho preso la corporatura
i capelli, l'andatura
da mia madre qualcosa più sottile
l'angoscia di strafare
il piacere di star male
la voglia di scappare…
 
Sì, devo proprio scappare, perché se oggi son qui che strabordo, tra caffè parole e sigarette, domani ho un po’ di amici a cena, non tanti ma d’ogni sesso, colore ed età,  e devo approvigionare la cambusa. La cambusa? Bè, non vorrete che mi dimentichi “La stiva e l’abisso” - amaro Mari, mistico Mari, immenso Mari -  proprio oggi che la nave salpa per un altro altrove?
 
Tutti gli altrove che mi trovo amici mi han sempre richiamata dalla notte..
 
Ciao. mariateresa
postato da: cenerinocodarossa alle ore 19:27 | link | commenti (5)
categorie: