mercoledì, 18 novembre 2009

Gli abbracci spezzati (la mia recensione che non svela la trama)

E allora, com’è la nuova agognata opera di Pedro il bugiardo? (per la spiega del corsivo vedi nota a piè di pagina). Agognata, è ovvio, per chi lo ama incondizionatamente. E siamo in tanti.
Non ho letto nulla sul film prima di vederlo, le recensioni mi servono quando non so cosa aspettarmi, ma per i mostri tipo Woody Allen o Almodovar meglio non saperne niente prima, così al piacere si aggiungerà la sorpresa.
Del resto, a che mi sarebbe servito leggere che “Los abrazos rotos” ha ricevuto in Spagna critiche molto dure, o che a giudizio dei più si tratterebbe di un film minore? Non certo a disertarlo! I mostri bisogna guardarli dritti in faccia, sempre (però non la Medusa di Perseo, eh?).
Il mio primo commento quando si sono riaccese le luci è stato: “Mah!”, e il primo di Luciano, che lo stima parecchio: “Non c’è storia, non racconta niente, è un esercizio di bravura”. Ok, fotografia, scenografie, montaggio non si discutono: son bellissimi. Certe inquadrature di esterni ti tolgono il fiato, non si contano le citazioni di film fondamentali (compresi alcuni suoi stessi), di divi indimenticabili (oh, adorata Audrey!), di quadri imprescindibili (le foto strappate riunite in mosaico come i corpi scomposti di Guernica), e gli occhi restano sgranati a tracannarli come il più pregiato champagne.
Anche la sacra zampa del regista graffia di brutto, come sempre: nel film in generale, ma soprattutto in due scene di sesso che turbano e sconvolgono dappertutto, pur non essendo affatto visibili i corpi degli assatanati trombatori. Nella prima, il film è appena iniziato, la macchina da presa scivola lentamente e castamente - il tempo standard necessario dalla penetrazione all’orgasmo - sullo schienale di un divano che ospita il più classico amplesso missionario; nell’altra, un groviglio di elegantissime lenzuola di seta bianca si appuntisce, si tende, si ripiega, fluisce senza sosta, facendo intuire che là sotto si sta svolgendo un dramma carnale che più disperato non si può.
Un tantino discutibile, invece, la sceneggiatura; e in effetti, sotto l’intreccio di storie plurime (storie “normali”, non quelle folli cui il nostro ci ha abituati), dipanate dal presente al passato attraverso vari flashback, manca la vera storia che ci stordisca, ci sbalordisca, ci dia una mazzata su cervella e coratella.
Io però credo che ad Almodovar stavolta non fregasse niente di sorprenderci o commuoverci.
Anzi l’ultima che ho detto, la commozione, lui qui la sbriga in trenta secondi, come dire, che ci vuole? Gli basta mostrarci il vecchio padre della protagonista, da solo in piedi, nell’atrio dell’ospedale che l’ha appena buttato fuori morente, per farci singhiozzare tre giorni di fila!
Cosa ha voluto raccontarci dunque Pedro il grande? Nulla, credo. Io credo che abbia voluto solo mostrarci.
Mostrarci cosa voglia dire stare al buio quando il mondo là fuori è così bello, e quanto sia ancora più tremendo per chi del bel-vedere ha fatto tutta la propria vita: non per niente il protagonista è un regista diventato cieco (per amore, ma non come comunemente s’intende), ridotto perciò a scrivere sceneggiature, persino su commissione di esordienti sconosciuti; non per niente il grande cineasta è un fanatico della fotografia, passione che condivide con la Cruz, e si autofotografa ogni mese per "certificarsi" un'autobiografia senza parole; non per niente, prima di girare “gli abbracci spezzati”, l’uomo Almodovar ha dovuto restare al buio assoluto per mesi a causa di una terrificante emicrania.
Mostrarci quanto irraggiungibile sia la bellezza femminile, da poterla  guardare solo nel passato.
Mostrarci quanto straziante sia la vecchiaia e la malattia, da poterle sostenere solo vendendo la  propria giovinezza.
Di quanto la memoria sia il filo d’Arianna insostituibile per uscire dai labirinti personali e conciliarli con quelli altrui.
Di quanto la tenerezza possa sostituire l’amore impossibile e la solidarietà antica risanare la crudeltà dei tradimenti.
 
Sì, un insolito film, calmo e riflessivo, dal regista dei sentimenti esplosivi, delle ribellioni cosmiche, degli intrighi assurdi, delle passioni tragiche. Insolito il film, ma non insolito Pedro Almodovar, che, qualunque film decida di fare, resta un genio che prende da tutti e non assomiglia a nessuno, e che, anche quando non racconta le mirabilia, dimostra di essere lui stesso una summa di mirabilia! Malinconico, incredibile, schivo, impudico Pedro il divino, anche quando si traveste da dio minore!  
 
nota esplicativa: Non si tratta di espediente retorico, non ho detto a caso “bugiardo”. Dovete sapere che egli non ha 55 anni, come mente da non so quanto tempo a tutti, persino all’amatissima musa Penelope Cruz. Ne ha sessanta. L’ha sgamato un giornalista spagnolo che è andato a controllare di persona l’anagrafe, ove Pedro Almodovar è iscritto tra i nati dell’anno 1949. Pensate, quei pettegoli degli spagnoli hanno dato la notizia al telegiornale nazionale! Il Nostro si è arrabbiato come una biscia e voleva citare in giudizio i reprobi sputtanatori, ma poi suo fratello Augustin gli ha spiegato che la data di nascita non è coperta da privacy, e si è dovuto rassegnare. Si fa per dire, naturalmente: “E’ l’anagrafe che si sbaglia” - ha dichiarato la matura diva-ragazzo – “sì, ho mentito sulla mia età, ma dal prossimo mese torno comunque a dichiararne 55!”
postato da: cenerinocodarossa alle ore 02:03 | link | commenti (1)
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sabato, 14 novembre 2009

Flick, l'AtaYoga e le strane lacrime

Flick
 
Flick è un antipatico e bellissimo gattino bianco e nero (il layout ideale per un gatto!), piovuto un giorno nel mio giardino per ragioni incomprensibili, note forse solo alla sua mamma. È andata così. Celebrate le “nozze del secolo” (non è mia la definizione, eh?), spente le urla, placate le risate, tracannato il tracannabile, digerito il digeribile, fotografato e ripreso l’impossibile, mi giacevo in quel di Bologna in letto usurpato, annichilita da un terribile raffreddore e ritardavo il ritorno a casa, destino del più ostinato Ulisse, affliggendo la povera Elena, che non è quella di Troia ma ne vanta la stessa bellezza. (cazzo, quanto divago!).
Insomma, alla fine mi decido a sgombrare e col naso ancora gocciolante parto. Alla stazione di Lecce mi accoglie il solito impagabile Luciano, il fair play in carne ed ossa, stavolta animato da insolita eccitazione. Arrivati a casa, trasciniamo in giardino i pesanti e numerosi bagagli, ma…non faccio in tempo ad aprire la porta che lui prorompe, persuasivo ed insieme impaziente: “Vieni, ti devo mostrare una cosa nella legnaia!”.
Ora, la legnaia è un box in muratura senza porta, basso ed angusto, colmo sino all’inverosimile di ciocchi, fascine, legnetti, residui di sedie, cassette da frutta sventrate, e quant’altro nella mente del Luciano possa servire ad alimentare il camino del salone (size Lilliputh), il quale viene per di più acceso una volta ogni lustro! Ma che diavolo ci potrà mai essere - mi chiedo - di tanto urgente lì dentro? Forse un bel pezzo di ciliegio, Babbo Geppetto inclusive intento a sbozzarlo? Nooooo, c’è qualcosa di ancor più sorprendente e favoloso: il gatto Flick! Minuscolo come il pugno di un neonato, perfetto come la Venere di Milo, incazzoso come Céline (Louis-Ferdinand), dispettoso come uno scazzamurrieddhu. Mi chino per osservarlo meglio e lui mi soffia contro, mostrando due risibili dentini ed un palato roseo come il culo di mio figlio a 3 mesi (chiedere a Pat se è ancora così roseo), allungo una mano per carezzarlo e lui arretra inarcandosi in perfetto semicerchio. Mal gliene incoglie, perché inciampa in certi traditori legnetti chiodati e casca fuori, subito ghermito dalle  manone voraci dell’orso Luciano, che, portandoselo all’altezza del naso, dà inverecondo sfogo a tutta la propria “voglia di tenerezza”…e cicici e ciociocio e ciuciuciu… roba da far impallidire il birignao del più lezioso attor teatrale! Inorgoglito come il papà di un maschio primogenito (ma del felino in genere il sesso si può conoscere solo verso i 4 mesi), mi racconta di aver trovato Flick nella legnaia da qualche giorno, di averlo battezzato per l’appunto “Flick”, di aver scoperto che la sua mamma – bianchissima, e odiosa come la progenie - viene regolarmente ad allattarlo e coccolarlo, confessa infine i reiterati tentativi di alluparselo mettendogli davanti del latte fresco (scaduto da venti giorni, sic!).
Ci interroghiamo a lungo sul perché sia stato portato nella legnaia di casa mia, visto che nel villaggio Marugi – la mia villetta è sorella di altre cento e più simili – vivono tranquille intere colonie di gatti, ipotizziamo che sua madre l’abbia voluto salvaguardare mettendolo in un posto apparentemente disabitato (io, che ci vivo da sola, ero fuori da quasi un mese), sospettiamo che le abbiano sottratto gli altri neonati oppure che Flick li surclassasse con quel suo amabile caratterino, boh!
Che ce frega? Flick è qui e ci allieta con la sua vivacità, con il suo appetito goloso (è già grosso il doppio di un mese fa), con le sue esplorazioni della cucina (sotto stretta sorveglianza, ché ha già tentato di tirare a terra i miei ammennicoli informatici o di fulminarsi acciambellandosi beato sul groviglio di cavi e spine nel cesto sotto il tavolo del pc), con le sue fughe a balzi vertiginosi appena si tenta di carezzarlo, e con mille altre iniziative che solo un gattino sano, felice, sfacciato, libero come lui può intraprendere!
Nota esegetica: Flic in francese sta per “poliziotto”, un insulto per qualunque gatto, simbolo naturale dell’anarchia, mentre l’inglese Flick si traduce in “colpetto, schizzo, guizzo”, lemma ben più idoneo al piccolo ribelle mio convivente (rendo pubbliche grazie al buon Senia che m’ha messo sull’avviso, così che io, non volendo cambiare il nome, scelto dal papà elettivo, ne ho cambiato solo l’ortografia).
 
L’AtaYoga
 
Più di una volta ho desiderato sperimentare qualche disciplina nata in oriente. Anni fa ci provai con una “scuola” ispirata all’indiano Sai Baba (alla sua presunta reincarnazione), ma, subito dopo aver pagato l’iscrizione e la prima rata trimestrale, me ne fuggii perché, stesa a terra con gli occhi chiusi ed il kundalini acciambellato nella pancia, mentre gli altri meditavano io dormivo saporitamente, ed invece quando si ululavano all’unisono “tutte le lingue del mondo” – si tratta di un esercizio belluino che consiste nel dimenarsi come il caos primordiale proferendo vagiti, balbettii e strepiti inintelligibili - mentre gli altri, arzilli e zompettanti, si divertivano un mondo (appunto!), io mi sentivo una perfetta imbecille! “Sono addolorato per te che non avrai l’illuminazione!”, si rammaricò dietro le spesse lenti da ipermetrope il maestro, non indiano (leccese, leccesissimo!), però i miei soldi se li tenne in saccoccia.
Dopo parecchio tempo venne un tentativo con il Tai-Chi, su cui niente ho da dire, visto che si dice meglio da sé (cito il sito dell’omonimo Centro Studi Italiani):
Si dice che quest'arte sviluppi la forza interiore, ma è una lotta dura, la più dura, quella contro noi stessi, contro i nostri demoni e le nostre debolezze, e c'è bisogno di essere grandi, di essere forti, c'è bisogno di volontà e impegno.
La disciplina nella pratica rende perfetti, un passo dopo l'altro sentiamo il contatto con la terra, il corpo ruota con le sei armonie, il respiro assorbe l'universo....La trasformazione del sè ha inizio.
Capacità di adattarsi, capacità di sognare,
capacità di superare gli ostacoli della vita,
capacità di non opporsi, capacità di vincere...
Ogni individuo trova nella pratica del Taiji, in maniera del tutto personale,
la sua Via verso il risveglio..
.
Ammappate, òh! Anche Maestro Carlo era niente male: concentrato, professionale, serio (pure troppo, mi intimidiva da morire!), e belloccio, il che non guasta mai; mi ci buttai con impegno per un paio di mesi, mi comprai un po’ di libri sull’argomento – maledetta carta stampata ognor m’assedia – e me li misi sul comodino. Conservo una prova della mia fragile buona volontà, una foto ove mi esibisco in agile posa, mano a ventaglio su braccio teso, meglio di Chen terrorizza l’occidente. E poi, e poi… fu l’occidente a terrorizzare me…Ti saluto e frasca!
Basta - mi dissi - non ci sono portata, l’oriente non fa per me, sono intrisa di decadentismo, di parola, di ossessione e di passione, tutte cose molto poco sagge e inconciliabili con  il “non opporsi”.
 
Intanto gli anni passano, il mal di schiena aumenta, il mal di vivere pure. Com’è, come non è, una cara amica, diversamente da me versata, mi convince a provare l’AtaYoga con una Maestra che conosce da molto e per la quale nutre stima e affetto. Si chiama Isa, studia e si migliora incessantemente a vasto raggio e in varie città, è sicura, discorsiva, pacata, e non se la mena per niente. Mi piace. Dopo il primo incontro (io e un’altra decina di donne in una confortevole stanza dal pavimento morbido, no palestra no casino) mi piace ancora di più. L’AtaYoga, che, come le altre discipline del genere, “mira a dominare l’energia cosmica presente nell’uomo e quindi a conseguire un sicuro controllo della cosa più instabile e mobile che si possa immaginare, ossia la mente, sempre irrequieta, sempre pronta a distrarsi e divagare”, si basa sulle posture del corpo e sul respiro. Isa ci mostra cosa e come fare, ci spiega il significato e lo scopo di ogni movimento, ci controlla una ad una con grazia e perizia, raccomanda continuamente di non strafare, di ascoltarsi, di sentire ogni parte di noi: la polpa e la buccia, come le definisce, commuovendomi, Emily Dickinson. A guardare l’aria che ci entra dentro e i nostri stessi pensieri. La musica che va per tutto il tempo è talmente bassa che si percepisce appena, sia benedetto Shiva con tutti i suoi discepoli!
Io per lo più sorrido come un ebete a tutte quelle di cui incontro lo sguardo. In verità sorrido pure ai numerosi cuscini sparsi sul pavimento.
 
 
Le strane lacrime
 
A un certo punto, il primo giorno, Isa ci chiede di badare anche al ritmo del cuore. Io ci provo, lo cerco, guardo nel petto, tendo persino l’orecchio, ma non sento niente di niente, come se non ce l’avessi, ‘sto stronzo di muscolo che tante lacrime m’ha compulsate! Tutta fiera di me, glielo dico: “Il cuore non l’ho sentito affatto, come se ci fosse un vuoto al suo posto: forte, no?” Lei mi dà un colpetto sulla fronte e sorridendo replica: “Qui, nella tua mente, non c’è niente, hai tutto fuori!” Resto perplessa e abbozzo.
Ieri ci ha fatto fare, tra gli altri, un esercizio che si chiama “respiro circolare” e che io ho trovato difficile ma bellissimo. E non vuoi che mentre lo eseguo comincio a sentire una strana voglia di piangere? E non vedi che appena ci rimettiamo nella posizione di riposo, le lacrime cominciano a scorrere copiose, venendo da nessun luogo e andando in nessun dove? E la cosa più assurda è che al contempo ho continuato a sorridere. Piangevo e sorridevo senza causa, lo facevo e basta. Bè, mi sono commossa per davvero, non mi era mai capitata una cosa del genere! Isa mi ha poi spiegato che quell’esercizio mette in moto le emozioni, le scova e le porta allo scoperto e se a me è successo così presto, è un ottimo segno. Ragazzi, forse la mia mente non è ancora una zucca gialla approntata per Hallowen! WOW!
 
Conclusione
Cavolo, non ricordo più che nesso avevo intravisto, traendone ispirazione per questo post, tra Flick, l’AtaYoga e le strane lacrime. Ma certo, è lei! È la libertà.
Il gatto Flick, pur tanto piccolo e indifeso, è naturalmente, decisamente libero.
L’AtaYoga m’ha resa libera l’emozione, sganciandola dall’obbligo sentimentale.
Le mie lacrime sono per la prima volta libere dai moventi, che me le cavavano fuori a mo’ di tenaglia che cava un dente dalla bocca. Libere dal dolore, dalla rabbia, dalla paura, dal senso di perdita.
Emulando il titolo del famoso libro “Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta”, potrei intitolare questo mio post: “Il gatto yoga e l’arte del pianto libero”. Ma mi piace lasciare quello che è venuto prima di pensarci, liberamente. Sempre metafisica della qualità è!
Ciao. mariateresa
postato da: cenerinocodarossa alle ore 21:44 | link | commenti (5)
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mercoledì, 04 novembre 2009

Memento audìre et bel vedere!

venerdì prossimo, 6 novembre, alla Vetreria Cagliari-Pirri di Cagliari, si esibisce insieme a Michele Mari (il sublime scrittore) il mio autoritario, pardon autorevole direttore, altrimenti noto come Alessio Lega, cantore in lotta ed invincibile venditor di sassi! Accorrete, a nuoto se necessario, ma accorrete numerosi! 
ciao. mariateresa

postato da: cenerinocodarossa alle ore 19:59 | link | commenti
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Collodi? Macché, con Biasimi!

Matònna che brutto il “Pinocchio” co-international-production (due puntate su RaiUno, domenica e lunedì scorsi)! Ne ho brevemente parlato con Elena dopo la prima puntata e lei, che aveva visto solo qualche scena, m’ha però riferito che la sua amica regista Meltea Keller l’aveva trovata orrendissima.
Non voglio consultare recensioni su internet prima d’aver detto la mia a caldo, ed eccomi qui!
Procediamo con ordine.
Sono diffidente verso gli attuali sceneggiati-polpettoni tv, quasi sempre condizionati da accordi produttivi ambigui, (mal)interpretati da cast scelti con criteri corrispondenti a quelli del vecchio manuale cencelli, diretti da registi reduci da videoclip/pubblicità, oppure in promozione simil berlusconiana (qui però il regista è il collaudatissimo Alberto Sironi, lo stesso della bella serie tratta dal Commissario Montalbano. Mah!). Per non dire delle sceneggiature, talmente misere e fasulle da immaginarle impastate come il polpettone di cui innanzi, usando gli avanzi della domenica (andati a male) ed altri insipidi ingredienti e poi condite con spezie mimetiche, tipo colonna sonora avvolgente e/o travolgente, scenografia abbagliante, fotografia esperta (ma anche talora simile ad un album di nozze preformattato), e così via.
Avevo perciò deciso di non degnar del mio tempo questo “Pinocchio”,annunciato con strepiti e boatus, decisione rafforzata dall’aver per caso occhieggiato un’intervista di coppia, credo al Festival di Roma, al regista ed all’attore-pinocchio: il primo m’era parso tutto dolcino buonino commossino, il secondo in panne, come se non sapesse dove cazzo si trovasse e perché, ed in più bellino-belino, inglesino e simpatichino.
Intervista anche a Placido la bella, lei sì simpatica, proprio come il suo papà (avete visto quanto sono figa? e fig(li)a d’arte io soooonnn, delicata, preparata e compresa del mio ruolo nel mondo cul-tural...Ohhh!).
Ok, c'era anche Bob Hoskins, attore di tutto riguardo – ehi, dico, e ne dico uno solo tra tanti, l’avete visto “Il viaggio di Felicia”? – però, Nino Manfredi…ce ne potrà mai essere uno meglio di lui per interpretare il Babbo meno autoritario del mondo?
Restava la Littizzetto, che adoro e non mi perdo mai da Fazio. L’ho anche apprezzata in alcuni film (Ravanello Pallido, Se devo essere sincera, Manuale d’amore..), però…però, la Lucianina nazionale è un po’ come Benigni, performer forever, ed infatti in quei film l’ho sempre ri-conosciuta come se stessa medesima tal-e-quale: bruttina eppure sexy, imbranata eppure sfrontata, saputella ed intelligentissima, ed ognora alla riscossa (avanti popolo!). ‘Nzomma, lei mi piace e mi compiace (quanto mi com-piace!).
Domenica sera ero dunque qui sul mio pc, in cucina, ed ho acceso la tv che gli sta accanto, secondo un’ormai consolidata abitudine da casalinga internettiana (mica mi spreco altrettanto a far le pulizie in compagnia della tv, io, sono moderna ed emancipata!, io). L’occhio dopo un po' mi cade sul malefico schermo e ci vedo un bel vecchiozzo, elegante, bianco barbuto e sdegnosissimo: Mastro Ciliegia, vistosamente inglese, ma perfetto a mio veder, nel ruolo marginale ed odioso dell’ebanista chic, che disprezza, bistratta ed insulta il proletario Geppetto (proletario sarebbe improprio, visto che di prole Geppetto non ne ha, ma mai come qui... nomina numina), per confessargli poi con dignitosa vergogna di essere solo invidioso, perché adesso quello un figliolo ce l’ha e lui no…un antipatico adorabile! Ed un delizioso cameo d’artista.
Niente da fare, mi son vista tutta la puntata, che non mi è completamente spiaciuta: m’è parsa carina l’idea di far interagire in alcuni punti lo scrittore con le sue creature letterarie, carino il burattino di legno scolpito non so da chi, molto attoriale, pur se a volte meno credibile ed impacciato, il grande Bob, ma si può fargli indossare dei pantaloni pieni di false toppe e sopra questi una bellissima giacca di fustagno, stropicciata comm’il faut? Embè, certo, se il giorno dopo doveva vendersela per tre soldi, non poteva mica essere sdrucita come i calzoni, no? Imbecille il regista, straimbecilli i costumisti…).
Decido di vedere la seconda puntata. Che roba! Che caduta in verticale dal piano ammezzato – non oltre un piano basso si collocava comunque la prima - riuscendo a spaccarsi ugualmente la testa! Verbosa, inconsistente, moralista, niuna emozione, men che niuna commozione (manco con le cipolle!), falsa che più falsa non si può. Ma perché, dico, perché montare la barca di Geppetto sulle immagini di un mare in tempesta, tolte di peso da un qualche documentario, perché riprendere una VERA balena che si inabissa, vistosamente aliena ai ciack effettuati? Effetto teatrale? Ma quando mai! Incompetenza e presunzione, dacché tutto il resto era videofattura da telefilm, mica scenografia di legno e colla!
Passiamo agli attori.
Margherita Buy – la maestra, un ruolo gonfiato giustappunto ad usum delphini – sembra una revenant pescata due minuti prima dalla tomba e rivestita alla men peggio, con scialletta e quant’altro, volto sempre soffuso di malinconica consapevolezza (ehi, Marge, ma sei rimasta intrappolata nello “Spazio bianco”?), occhiaie che levati!, saccenteria da bravo donnino primo novecento alla millesima replica.
Il gatto e la volpe, chi cazzo sono? Bravissimi, truccatissimi (troppa grazia, sant’antonio!) e completamente estranei al nostro immaginario…oh tu, Franchi, oh tu, Ingrassìa, presto, risorgete e buttate nel sepolcro  la maestrina, tanto come morta vale per due!
Le comparse sono lì per caso, perennemente e tutte quante distratte, forse in ansiosa attesa di tornare a casa per pranzo.
Mangiafuoco un risibile punkabbestia, però in certo qual modo elegante, infatti fuma il sigaro toscano, mica le canne! Anche lui quando piange raglia come un somaro finto (anche lui come chi? Ve lo dico più sotto).
Collodi? Povero il nostro benamato Carlo Lorenzini! Bello com’è bello Alessandro Gassman,  enigmatico come un libro di formule matematiche, non fa che tacer riflettendo, oppure passeggia, sempre silente, tra verdi sentieri - bellissimo il paesino, non toscano, location degli esterni - sullo sfondo di una sconfinata e ridente campagna (tranne quando torna a casa a notte fonda, in modo che gli tocchi attraversare il bosco pauroso dove il suo little hero, inseguito dai malandrini, grida “aiuuutooo!” facendolo riflettere un altro po’, muto senza scampo ed incapace di capirci un amato cazzo), oppure, evviva!, scribacchia in bel corsivo il suo romanzo.
Ma il top è la cameriera, meridionale e ardente fica - per metà del tempo ho creduto fosse la moglie del taciturno Gassman - che lo rimbrotta come un mastino napoletano (ne ha vistosamente l’accento, ma… c’erano diggià gli extracomunitari all’epoca?), però gli sorride come una escort timida. Vien fatica a credere che alla fine il bel tenebroso si limiti a baciarla castamente sulla fronte, invece di darle una bella maschia botta! 
Pinocchio, intollerabilmente belloccio – il suo delizioso vestitino rosso, nuovo di zecca, non reca l’ombra di una macchia, stropicciatura, strappo, nemmeno dopo essere stato a scavare steso in terra nel campo dei miracoli o infognato nel fondo mare e infilzato in culo alla balena; la sua folta chioma biondo miele è sempre perfettamente acconciata in un caschetto uscito di fresco dalle mani dei Vergottini -  Pinocchio, dicevo, sembra affetto dalla sindrome di Trouvette (descritta dal grande Sacks in “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”), per quanti ammiccamenti, mossette,  sorrisini e capini inclinati ci ammannisce. Ma al contempo pare ammalato di catatonia, per quanto statica e inespressiva è la sua performance. Terrificanti, in particolare, le suppliche versus Mangiafuoco e gli smarrimenti da metamorfosi in somaro. E come un somaro, somaramente finto, egli piange, senza mutare espressione, senza una lacrima (diamine, crudele recensore, ha cuor di burattino, legno di ciliegio, ancora non si merita le vere lacrime degli umani!), senza una smorfia di emozione (e sì che di smorfiette ne fa a bizzeffe!). Da horror a rovescio la scena con Lucignolo-somaro morente. Questi, una bestia vera e bellissima (come tutti gli altri somari che si vedono nel film-tv), lo giuro!, è un grande attore al suo cospetto.
Bravino Lucignolo, ma lo fanno recitare solo per 3 o 4 minuti, eccheccazzo!
La fatina, idem con patate. È un ruolo difficilissimo, lo so, la fatina è per sua propria essenza antipatica e raggelante, ma allora prendetevi una porno star per compensare! Cicciolina, ad esempio, sarebbe stata molto, ma mooolto meglio. Non a caso, credo, Comencini scelse la Lollobrigida, non una pornostar, ma senz’altro una star porno (nel senso che fu sempre volgarmente bella ed attorialmente incapace) e la rivestì di splendidi abiti turchesi. Violante la belante, invece, è avvolta in un vestitino celestino da prima comunione, sorride come una tela in vendita al mercatino rionale e se ne sta a mezz'aria, statica, ultrantipatica, inconsistente. E nemmeno tanto bella.
E la Littizzetto? L’ho lasciata per ultima a causa dell’amore che le porto e che m’ha fatto rimandare finora la stroncatura anche nei suoi confronti.
Il nostro grillo parlante in gonnella non ha la gonnella, ma dei tremendi fuseaux a strisce che le fasciano due imponenti coscioni (poveretta, con tutta la ginnastica che s’impone persino sulla scrivania di Fazio!), legge in ogni dove (per forza, lei è il super-io di Pinocchio, ha da essere studiosa!) ed è imbranata per davvero, non per finta! Sempre sulle spine, sempre lì lì per scappar via, sempre a sputare le battute come se fossero noccioli di ciliegia andatile di traverso, sempre a saltellare e ad evaporare (insopportabili le lucine verdi a pallina che  ne accompagnano le sparizioni), come se fosse il fantasma di se stessa. E lo è! Luciana, ti perdoniamo, ma non farlo più!
Ce ne sarebbero ancora di dire, anche sulle incongruenze temporali: ad esempio, prima vien detto che Geppetto ha perso anni prima moglie figlio e due scene dopo gli si fa dichiarare: “abbiate pazienza, non sono mai stato padre prima d’ora!”; oppure, la fatina, trovata morta da Pinocchio e ritrovata in seguito piangente, ma viva e vegeta, tra gli spettatori al circo, alla quale nel finale lo smemorato burattino made in england si rivolge stupefatto (stupefatto per dire): “ma non eri morta?”
L’arte dello sceneggiato televisivo è morta, quella sì!
ciao. mariateresa
postato da: cenerinocodarossa alle ore 01:58 | link | commenti
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martedì, 03 novembre 2009

Lamento per i blog morenti

Ma sarà vero che nessuno va più sui blog? Che facebook s'è pappato in tre bocconi tutto il variegato popolo degli internauti?
Urca, e dire che io volevo farmene uno tutto mio, ove spargere a piene mani lacrime civettuole ed altre intollerabili leziosità! 
Certo, se per 4 mesi 4 il blog, questo blog, viene disertato dai suoi propri fanti e fantesche, ce credo ca nun ce va chiù nisciuuunooo! 
Vabbé, di quando in quando - con intervalli sempre più larghi tra i quando - io mi ci affaccio, spinta dal senso del dovere o spintonata dal direttore, al momento in tutt'altre faccende affaccendato (ed anche lui proditoriamente sempre su facebook!). Buono quello!
Mi verrebbe da dir, parafrasando il classico repertorio western  (ed anche quello protocomunista): il solo direttore buono è un direttore morto. Augh!
Come l'altro ieri al supermercato, quando ad una commessa stranita e confusa che con me si offendeva "Ve la prendete tutti con noi! Cosa posso farci io se la carta di credito col chip qui non funziona?" ho replicato "Diamine, potrebbe dirlo al direttore!" E non vuoi che quella schizza via all'istante dal suo sgabellino, lasciandomi a tu per tu con una lunga fila di carrelli (dotati di protesi umane), che mi guatavano scocciati, mugugnanti, poscia - man mano che il tempo passava - inferociti?
Già scrutavo meditabonda l'uscita, e calcolavo lo scatto di gambe ed i secondi necessari a mettermi in salvo, quando... Eccolo! Il direttore, in tutta la sua statura (poca) ed autorevolezza (mah!, non dimostrava più di 25 anni), il quale, con eloquio ignaro, non dico della consecutio temporum, ma di ogni altra sciocchezzuola ortolinguistica, mi fa: "E che ci pozzo dire, signora, io ce le ho scritte le mail in azienda, ce l'ho detto che la gente protesta, ed ho perso un sacco di clienti per questa cosa, il chip non ce lo abbiamo ancora! Mi prendono in giro, e mo' arriva, e mo' arriva, e non arriva mai! Vado a scrivere un'altra mail, buongiorno!"
Così, ho dovuto scegliere tra restare a digiuno o raschiare il fondo del borsellino per pagare in contanti. Ovvio, la seconda che ho detto. Pure nel fondo della saccoccia ho dovuto pescare le monetine ultime, sotto gli sguardi minacciosi della community-carrelli e sdegnato della commessa incazzosa!
Lo ridico, abbasso il direttore, viva la card! Sic!
 
Uehi! Agli amici sardi ed ai "continentali" di passaggio, soprattutto ai facebook-immuni (lì le news ci sono tutte), rammento che venerdì prossimo, 6 novembre, alla Vetreria Cagliari-Pirri di Cagliari, si esibisce insieme a Michele Mari (il sublime scrittore) il mio autoritario, pardon autorevole direttore, altrimenti noto come Alessio Lega, cantore in lotta ed invincibile venditor di sassi! Accorrete, a nuoto se necessario, ma accorrete numerosi! 

ciao. mariateresa
 
 
postato da: cenerinocodarossa alle ore 03:34 | link | commenti (5)
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