giovedì, 30 marzo 2006

(ex)citazioni - Dickens - il tribunale

Pare proprio che da quand'è diventato lo sport preferito di un quasi ex-presidente del consiglio non si possa più prendersela con i giudici, le corti e tutta quella roba là!
Beh ecco lo stupendo brano che apre Bleak House di Dickens (il mio autore feticcio), che evidentemente non si poneva il problema.
...

Nebbia ovunque.
Nebbia su per il fiume, che fluisce tra le isolette e i prati verdi; nebbia giù per il fiume che scorre insudiciato fra le file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande (e sozza) città.
Nebbia sulle paludi dell’Essex, nebbia sulle alture del Kent.
Nebbia che si insinua nelle cambuse dei brigantini di carbone; nebbia sparsa sui cantieri e librata nel sartiame dei grandi bastimenti; nebbia sospesa sulle falchette dei barconi e dei piccoli battelli.
Nebbia negli occhi e nella gola dei decrepiti pensionati di Greenwitch che respirano a stento accanto ai focolari delle loro camerate; nebbia nel bocchino e nel fornello della pipa pomeridiana dell’iroso capitano di lungo corso rintanato nella sua cabina; nebbia che morde crudelmente le dita dei piedi e delle mani del piccolo mozzo intirizzito in coperta. Passanti occasionali che sui ponti guardano dal parapetto un infimo cielo di nebbia, avvolti essi stessi nella nebbia come in una mongolfiera sospesa tra nuvole oscure.
(…)
Ma mai la nebbia sarà tanto fitta, né il fango e la mota così alti da poter eguagliare lo stato di brancolamento e di confusione in cui si trova oggi al cospetto del cielo e della terra la Corte di Giustizia del Lord Cancelliere, scelleratissima e decrepita peccatrice.
In un pomeriggio simile il Lord Cancelliere dovrebbe tenere udienza qui – ed è qui infatti – con un aureola di nebbia intorno al capo (…), e contempla la lanterna del soffitto dove non può vedere altro che nebbia.
In un pomeriggio simile una ventina di membri della Corte di Giustizia del Lord Cancelliere dovrebbero essere – come infatti sono – nebulosamente impegnati in una delle mille fasi di una causa interminabile, a sgambettarsi a vicenda su scivolosi precedenti, a brancolare immersi fino al ginocchio nei tecnicismi, a picchiare contro muraglie di parole con la fronte cinta di peli di capra e di crini, dandosi un’aria di equità con la faccia seria come tanti attori.
In un pomeriggio simile i vari avvocati impegnati nella causa (…) dovrebbero essere schierati in fila – non lo sono forse? – in una sorta di pozzo imbottito (nel cui fondo cerchereste invano la verità)(…) con, ammucchiate davanti a loro istanze e controistanze, repliche e controrepliche, ingiunzioni, testimonianze giurate, questioni, verbali, citazioni di giureconsulti e montagne di dispendiose sciocchezze.

Sia pure buio il tribunale, con le candele che ardono inutilmente qua e là; sia pure invadente la nebbia come se non dovesse mai uscire; perdano pure la tinta le finestre dai vetri colorati e non ammettano più la luce del giorno; i curiosi in strada che spiano dai vetri della porta siano pure dissuasi a entrare dal tetro aspetto della sala e dalla voce strascicata che echeggia languida fino al soffitto da posto d’onore imbottito, dove il Lord Cancelliere guarda la lanterna senza luce e dove tutte le parrucche presenti sono bloccate in un banco di nebbia!

Questa è la Corte di Giustizia del Lord Cancelliere che ha case in rovina e terre inaridite in ogni contea; che ha un mentecatto esausto in ogni manicomio e un morto in ogni cimitero; che un litigante rovinato, dalle scarpe malridotte e dal vestito frusto, in giro a far debito e a elemosinare tra i conoscenti; che dà ai danarosi ed ai potenti abbondanti mezzi per abusare del diritto; che esaurisce così le finanze, la pazienza, il coraggio, la speranza; sconvolge i cervelli e infrange i cuori; e non c’è uomo onesto tra i suoi professionisti che non darebbe – e spesso non dà – questo consiglio:
“Soffrite qualsiasi torto ma non venite qui!”.

Charles Dickens – Casa Desolata
Trad. Angela Negro
Einaudi 1995
postato da: AmoreAnArchiA alle ore 20:34 | link | commenti (2)
categorie: lettera dura
martedì, 21 marzo 2006

Genova (3)

la notte



Incolonnati, cercando di non rimanere isolati siamo giunti nel grande spazio del Social Forum, dove abbiamo incontrato altri compagni, questi di Torino, testimoni della grande solidarietà (sopratutto tenuto conto dei metodi non propiamente popolarissimi di alcuni manifestanti) dei genovesi.


Intanto c’era un'assemblea in corso di svolgimento, tutta concitata ovviamente, è lì che vedevo molti arrendersi alla lettura che i colpevoli di tutto fossero “i violenti”. Eppure molti, anche lì presenti, avevano alla fine lottato fianco a fianco, perché violenta era stata, al di là di ogni paragone, la polizia, perché assassina era stata la polizia, perché alla fine della fiera non è paragonabile la violenza sulle cose e quella sulle persone.


Tutto era talmente agitato, tutto era così folle e lucido e doloroso al tempo stesso che,  certo, non si poteva pretendere di analizzare seriamente le cose… però era un dolore sentire parlare sopratutto di servizi d’ordine e di isolare gli estremisti, quando estremista più che mai era stata la polizia, fino all’assassinio… forse, secondo me, era il tempo di unirsi tutti e mangiarseli vivi.


Ma eravamo molto confusi… si parlava di due compagni - forse tre - morti o in fin di vita, “se ne sa qualcosa?” Voci incontrollate del panico, compagni agitati in quella follia e spaventati, e però decisi, che nulla ci avrebbe potuto fermare.


Rivediamo un compagno, perduto mentre sfuggivamo all’ultima grossa carica, ci diceva di particolari raccapriccianti: uno di noi, lì a fianco, preso a calci senza misericordia da una decina di poliziotti, poi sull'asfalto immobile, come morto. Accanto a noi, come fosse noi. E noi ora eravamo per il momento al sicuro (al sicuro?) a parlarne. È stato uno strano giorno.


Nella mensa del social forum c’era la frittura di pesce… hanno un sapore strano le cose normali in quelle situazioni. Vedi la morte in faccia e mezz’ora dopo prendi il bigliettino e aspetti il tuo piatto di patatine, la tua birra.


Il Joe, che non era ancora così radicalmente vegetariano ai tempi di Genova, s’è mangiato la frittura non perdendo l’occasione di scambiare qualche opinione… non era tanto ben visto lì a sostenere che forse il black block non era brutto come lo si dipingeva. Le posizioni erano molto radicali e tutte in contrasto.

Però era divertente sentire ancora Joe, con fare eretico, dire… “e poi è partito… il tamburo della morte!”


Dove si dorme stanotte?

Joe ha preso la sua "agenda". Chi ha visto una sola volta “l’agenda” del Joe non se la dimentica. Nell’inseparabile borsa di pelle c’è uno scartafaccio che è stato un antico registro, grosso come un quadernone con la copertina rigida, completamente spappolato. Foglio per foglio, senza nessun ordine alfabetico o altro, scritti in tutti i versi e tutte le direzioni, ci sono i numeri di telefono e gli indirizzi di una vita. Fra foglio e foglio centinaia di foglietti ripiegati con appunti incredibili tipo “Sara (tettona)” - tettona sottolineato tre volte - "Robert (baritono)".

Per trovare un numero bisogna avere tre metri quadri a disposizione e spiegare tutti i vari possibili foglietti. Lui a Genova in quella situazione s’era portato quell’agenda e la rovistava in cerca di una possibile conoscenza genovese che lo ospitasse.

In capo a una mezz’oretta s’è arreso.


Fuori la pubblica assemblea andava avanti: applausi e poi fischi e poi “bravi” e poi “buffoni”; ricordo una voce straziante che diceva “L’assemblea è sospesa, fuori i nostri compagni sono dispersi e sono isolati, fuori ci stanno i carabinieri che picchiano e massacrano!”.

L’ assemblea continuava.

Un francese urlava nel microfono "Gli unici provocatori sono i poliziotti! Tutti i servizi d'ordine devono andare a farsi fottere!" non tradotto ma chiaro.


E intanto… dove si va a dormire stanotte. Lì era tutto pieno di sacchi a pelo già stesi, che tutti eravamo stremati, e tutti pesti… e mo’ noi dove andiamo? Si favoleggia di una palestra piuttosto grande, non troppo lontana… ma è tutta occupata dai black block!


Un po' per curiosità molto per disperazione abbiamo deciso - LaSorella, Joe e io - di pernottare proprio lì, e ci siamo cominciati a informare, per rintracciare il posto. Le risposte erano vaghe: "Un campeggio di Anarchici nei dintorni, non mi risulta!", "Si! Si son presi uno spazio nelle campagne ma nessuno sa dov'è", "Ma siete pazzi?...sono dei nazi, se entrate Lì vi ammazzeranno!", "Non andate: lì stasera ci sarà una retata della polizia, picchieranno e arresteranno tutti!".


E però, di incredibile informazione in informazione, ci avvicinavamo. Joe era al telefono col suo amico Andrea De Carlo, io provavo a parlare con Lorenzo a Parigi… e, nel nostro vecchio gioco per cui io sono l’estremista e lui il tranquillo, già mi sentivo il teorico dei devastatori (beh, ero un po’ preso dalla foga!)... LaSorella parlava con papà “Vi hanno picchiati? Vi hanno arrestati?”, no, non troppo, “Allora ci sentiamo domani”.


Man mano che ci avvicinavamo al luogo fatidico vedevamo sempre più macchine, camper, furgoni stracarichi di gente che andavano via, o caricavano i portabagagli… insomma i chiari segni di un repentino spopolamento, il che ci consolava nella speranza di trovare uno spazio al coperto, essendo in tre con un solo sacco a pelo.


Lungo la strada, su nostra richiesta, Joe cantava “E lucean le stelle” (Joe è un tenore bravissimo) e noi ci sentivamo già condannati a morte.


Giunti al campeggio lo abbiamo attraversato in un fittissimo e irreale buio, ci siamo sistemati nell'edificio in fondo: una palestra che mostrava gli evidenti segni di essere stata strapiena, ma che al momento ospitava forse duecento persone.


I black block serali non si può dire fossero molto comunicativi, ma nemmeno truci d’aspetto, giovani ma non giovanissimi, e si comportavano come collegiali oxfordiani nel rispetto dei turni alle docce… e sì! Perché c’erano le docce della palestra e Joe subito: “Facciamoci la doccia… è l’ideale!”


Non avevamo asciugamani, non avevamo un cazzo! La situazione era sempre talmente irreale che ci siamo denudati, qualche tedesco ci ha prestato il sapone, e ci siamo docciati, io e il Joe, LaSorella no, lei ha reperito qualche asciugamano negli armadietti sventrati, e restava lì in piadi a porgerci l’asciugamano, ammiratissima del fisico dei black block nudi… effettivamente, fisici da atleti… mentre io… ehemmm, piuttosto fisico da slow food!

Io m’ero pure portato i libri nello zaino (come Che Guevara). Uno era “L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Hugo… pensa un po’!


I black block si allenavano a fare giochi con le palline da tennis… ma dove la prendono l'energia!

Ho steso il mio sacco a pelo come materasso, ci siamo stesi. Io ho dormito.

(3 - continua)

postato da: AmoreAnArchiA alle ore 15:24 | link | commenti (4)
categorie: genova 2001
venerdì, 17 marzo 2006

oggi su diario

Oggi, su Diario di questa settimana, è uscito un bell'articolo del caro Luigi Bolognini, accompagnato dal testo integrale di "Zolletta". Vi si fa menzione anche del live registrato venerdì scorso a Bergamo e che uscirà con tutta probabilità l'autunno prossimo. L'articolo fra l'altro mi accosta a Samuele Bersani, già "compagno di Tenco" un paio d'anni fa: pare che anche lui stia ultimando un pezzo su Enzo G. Baldoni... evidentemente l'aria porta lo stesso bisogno di primavera agli animi sensibili e la stessa nostalgia di amici che non si è avuto il piacere di conoscere. "E' pur dolce il ritrovarsi/per contrade sconosciute".

Memorandum concerti e partecipazioni:


- 24 Marzo Tortona, sala consiliare. Spettacolo sui farncesi tradotti con  Spiccio, ospite Isa.
- 25 marzo Casale Monferrato. Centro sociale. Con Roccuzzo, Spiccio e Isa
- 28 marzo, Torino, magazzini Ghilgamesh. Moka.
- 1 Aprile Grottammare (AP). Teatro dell'arancio
- 21 aprile Cusano Milanino Circolino Rassegna
- 1 maggio Jesi (da confermare)
- 20 maggio Novoli, saletta della cultura. Moka
- 2 giugno Presidio/concerto davanti al carcere di Forlì con Roccuzzo e Joe Fallisi

postato da: AmoreAnArchiA alle ore 11:30 | link | commenti (3)
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lunedì, 13 marzo 2006

Genova (2)

Dentro la guerriglia.

 

 

I quartieri in cui si respirava l’aria accesa della guerriglia urbana, venivano devastati sì, ma con un’asburgica precisione selettiva: tutte le banche, le agenzie di assicurazione, i supermarket (questi ultimi anche saccheggiati, e sopratutto di champagne e altri generi di lusso: il capodanno della rivolta!), integri i negozietti artigianali, per quello che ho visto io; di una fila di venti macchine, alcune anche lussuose, erano state lasciate illese le prime diciassette, la diciottesima distrutta, la diciannovesima sana, la ventesima sfondata e incendiata: assoluta casualità? Incuriositi abbiamo notato che le macchine distrutte erano contrassegnate da marchi, pareva fosse stata fatta una scelta fra le macchine private e quelle di aziende; alcune utilitarie si trovavano distrutte anch’esse e incendiate al centro della strada: erano evidentemente servite come barricate per frenare la furia delle camionette della polizia che intanto, a velocità assassina, sfrecciavano all’improvviso nei dintorni (e mi sa che una di queste, proprio in quel momento, bloccatasi dopo uno di questi maldestri tentativi di investimento dei gruppi di dimostranti, compiva la bell’azione di leggittima difesa di cui tutti abbiamo saputo di lì a poco).

Giusto al di là, sotto un passaggio a livello (sopra mi sembra di aver visto una surreale littorina a vapore passare in quel momento) si scorgeva una violentissima battaglia fra le forze dell’ordine e i Black Block, fra cui si trovava (ci siamo ricongiunti subito dopo) Joe.

Era esaltatissimo raccontandoci di aver assistito alle devastazioni.

Un racconto immediatamente trasfigurato nella sua prosa immaginifica e che poi ha ripetuto per tutto il giorno a chiunque incontrasse… “Questi ragazzi… chissà se sono anarchici… magari sono stalinisti… (questo la dice lunga su quanto ci fosse ancora del tutto sconosciuto il Blocco Nero), sono organizzatissimi, quasi militarmente.
Arrivano due, presidiano la strada all’inizio. Altri due alla fine.
A quel punto arriva il percussionista e parte… il TAMBURO DELLA MORTE!”

Il tamburo della morte non è una metafora di Joe: effettivamente i Black Block avevano dei tamburini e si accompagnavano col loro rullo.

“Poi gli altri che con asburgica precisione colpiscono tutti, ed esclusivamente, gli obbiettivi di forte carica simbolica (banche, agenzie, assicurazioni, bancomat, …)".

Il Joe dice di avere anche visto testimonianze di simpatia da parte degli abitanti Genovesi che, dalle finestre dei piani alti delle case, si affacciavano, applaudivano e gettavano acqua e cibo ai Black Block; il clima di quelle strade ripercorse pochi attimi dopo confermava quest’impressione.

Ora il Joe è un’entuasiasta, e su questo non ci piove. Lui poi era rimasto veramente colpito dagli slogan sui muri: ..."Vegan power", "Meat is murder". “Vedi” diceva con gli occhi che brillavano “Questo è un superamento delle nostre lotte sociali, in una lotta che le comprende tutte e le rilancia diventando, in ultimo luogo, una lotta della vita contro la morte. ... Vedendole fiorire quelle scritte, di corsa, nel turbine, mi viene in mente il termine: "rivoluzione biologica"!... Così generico e totale, così senza connotati di "classe”

Intanto sul lungo viale prospicente la stazione di Brignole (insomma la strada che fiancheggia grate e binari), c’era un corteo completamente bloccato, in via di smobilitazione (c’era anche un grosso camion carico di materiale audio: casse, mixer,...), con schierati, contro la testa una miriade di celerini disposti a falange: caricava la prima linea, poi si disperdeva, salva di lacrimogeni e partiva la seconda fila, e così di seguito...

Rapidamente ci siamo tolti di lì e siamo arrivati a una piazza piuttosto grande per gli standard Genovesi, una piazza con una grossa aiuola arrampicata sulla collina da un lato e una statua.

Mentre giungevano a passo lento e inesorabile i celerini, mantenendo la medesima formazione di cui sopra, la gran parte dei manifestanti, noi compresi, s’è arroccata stremata sulle gradinate in fondo alla piazza e alle spalle del monumento. Questa posizione  dava la doppia opportunità di riposare un attimo e di poter dominare dai piazzali, l’evolversi della situazione in basso. Il Paolo e il figliuolo, con gli occhi un po’ arrossati, ma sempre impeccabilmente vestiti, discutevano animatamente. Mi sono avvicinato: il figliuolo è un giovanissimo esperto di battaglie storiche e, alla luce di questa conoscenza, stava analizzando la situazione. “È come alle Termopili”…”No, piuttosto è forse come a Canne”…

Siamo una banda di pazzi! Pensavo io con LaSorella. “Noi andiamo altrove perché qui sta per scatenarsi l’inferno” dice Paolo.
“Bene” dice il Joe. Noi affranti siamo rimasti seduti sulle gradinate col Joe.

Il doppio volo di elicotteri preludeva costantemente e ripetutamente all’arrivo di una quantità sempre più inverosimile e ingiustificata, se non per fare tutto il male consentito dal mezzo, di candelotti. Alché le cariche, violentissime.

Un puro miracolo ha consentito che io, LaSorella e il Joe non ci facessimo seriamente male nella precipitosa fuga su per le tortuose scalinate che portavano attraverso piante e rovi, che abbiamo attraversato graffiandoci, al piano superiore della strada.

Lì, appena snebbiata la vista, i meno fortunati calpestati, sanguinanti, tutti gli altri che vomitavano, spremevano la faccia contro i limoni, si contorcevano a terra con le convulsioni: un girone dantesco già solo quello ottenuto con la giusta dose di lacrimogeni in un luogo ristretto per quanto all’aperto.

Ci siamo abbattuti ed è in quel momento che s’è sparsa la notizia del compagno assassinato. Non si sapeva nulla, chi fosse, di dove fosse. Tutti solo folgorati, tutti incapaci di risposta in quel momento, tutti chiusi nel mutismo, nella rabbia, nelle lacrime.


Un compagno con un accento inequivocabilmente Genovese ha urlato “domani si ballerà!”.

In realtà anche l’indomani ci hanno fatto ballare più di quanto noi non fossimo preparati alle danze.

(2 - continua)

postato da: AmoreAnArchiA alle ore 09:29 | link | commenti (12)
categorie: genova 2001
domenica, 12 marzo 2006

sassi

eravamo a registrare il nostro live fino a tardissimo. poi dopo due giorni senza sonno ci siamo sfasciati a letto. ma intanto Milano...
postato da: AmoreAnArchiA alle ore 10:41 | link | commenti (7)
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