la notte
Incolonnati, cercando di non rimanere isolati siamo giunti nel grande spazio del Social Forum, dove abbiamo incontrato altri compagni, questi di Torino, testimoni della grande solidarietà (sopratutto tenuto conto dei metodi non propiamente popolarissimi di alcuni manifestanti) dei genovesi.
Intanto c’era un'assemblea in corso di svolgimento, tutta concitata ovviamente, è lì che vedevo molti arrendersi alla lettura che i colpevoli di tutto fossero “i violenti”. Eppure molti, anche lì presenti, avevano alla fine lottato fianco a fianco, perché violenta era stata, al di là di ogni paragone, la polizia, perché assassina era stata la polizia, perché alla fine della fiera non è paragonabile la violenza sulle cose e quella sulle persone.
Tutto era talmente agitato, tutto era così folle e lucido e doloroso al tempo stesso che, certo, non si poteva pretendere di analizzare seriamente le cose… però era un dolore sentire parlare sopratutto di servizi d’ordine e di isolare gli estremisti, quando estremista più che mai era stata la polizia, fino all’assassinio… forse, secondo me, era il tempo di unirsi tutti e mangiarseli vivi.
Ma eravamo molto confusi… si parlava di due compagni - forse tre - morti o in fin di vita, “se ne sa qualcosa?” Voci incontrollate del panico, compagni agitati in quella follia e spaventati, e però decisi, che nulla ci avrebbe potuto fermare.
Rivediamo un compagno, perduto mentre sfuggivamo all’ultima grossa carica, ci diceva di particolari raccapriccianti: uno di noi, lì a fianco, preso a calci senza misericordia da una decina di poliziotti, poi sull'asfalto immobile, come morto. Accanto a noi, come fosse noi. E noi ora eravamo per il momento al sicuro (al sicuro?) a parlarne. È stato uno strano giorno.
Nella mensa del social forum c’era la frittura di pesce… hanno un sapore strano le cose normali in quelle situazioni. Vedi la morte in faccia e mezz’ora dopo prendi il bigliettino e aspetti il tuo piatto di patatine, la tua birra.
Il Joe, che non era ancora così radicalmente vegetariano ai tempi di Genova, s’è mangiato la frittura non perdendo l’occasione di scambiare qualche opinione… non era tanto ben visto lì a sostenere che forse il black block non era brutto come lo si dipingeva. Le posizioni erano molto radicali e tutte in contrasto.
Però era divertente sentire ancora Joe, con fare eretico, dire… “e poi è partito… il tamburo della morte!”
Dove si dorme stanotte?
Joe ha preso la sua "agenda". Chi ha visto una sola volta “l’agenda” del Joe non se la dimentica. Nell’inseparabile borsa di pelle c’è uno scartafaccio che è stato un antico registro, grosso come un quadernone con la copertina rigida, completamente spappolato. Foglio per foglio, senza nessun ordine alfabetico o altro, scritti in tutti i versi e tutte le direzioni, ci sono i numeri di telefono e gli indirizzi di una vita. Fra foglio e foglio centinaia di foglietti ripiegati con appunti incredibili tipo “Sara (tettona)” - tettona sottolineato tre volte - "Robert (baritono)".
Per trovare un numero bisogna avere tre metri quadri a disposizione e spiegare tutti i vari possibili foglietti. Lui a Genova in quella situazione s’era portato quell’agenda e la rovistava in cerca di una possibile conoscenza genovese che lo ospitasse.
In capo a una mezz’oretta s’è arreso.
Fuori la pubblica assemblea andava avanti: applausi e poi fischi e poi “bravi” e poi “buffoni”; ricordo una voce straziante che diceva “L’assemblea è sospesa, fuori i nostri compagni sono dispersi e sono isolati, fuori ci stanno i carabinieri che picchiano e massacrano!”.
L’ assemblea continuava.
Un francese urlava nel microfono "Gli unici provocatori sono i poliziotti! Tutti i servizi d'ordine devono andare a farsi fottere!" non tradotto ma chiaro.
E intanto… dove si va a dormire stanotte. Lì era tutto pieno di sacchi a pelo già stesi, che tutti eravamo stremati, e tutti pesti… e mo’ noi dove andiamo? Si favoleggia di una palestra piuttosto grande, non troppo lontana… ma è tutta occupata dai black block!
Un po' per curiosità molto per disperazione abbiamo deciso - LaSorella, Joe e io - di pernottare proprio lì, e ci siamo cominciati a informare, per rintracciare il posto. Le risposte erano vaghe: "Un campeggio di Anarchici nei dintorni, non mi risulta!", "Si! Si son presi uno spazio nelle campagne ma nessuno sa dov'è", "Ma siete pazzi?...sono dei nazi, se entrate Lì vi ammazzeranno!", "Non andate: lì stasera ci sarà una retata della polizia, picchieranno e arresteranno tutti!".
E però, di incredibile informazione in informazione, ci avvicinavamo. Joe era al telefono col suo amico Andrea De Carlo, io provavo a parlare con Lorenzo a Parigi… e, nel nostro vecchio gioco per cui io sono l’estremista e lui il tranquillo, già mi sentivo il teorico dei devastatori (beh, ero un po’ preso dalla foga!)... LaSorella parlava con papà “Vi hanno picchiati? Vi hanno arrestati?”, no, non troppo, “Allora ci sentiamo domani”.
Man mano che ci avvicinavamo al luogo fatidico vedevamo sempre più macchine, camper, furgoni stracarichi di gente che andavano via, o caricavano i portabagagli… insomma i chiari segni di un repentino spopolamento, il che ci consolava nella speranza di trovare uno spazio al coperto, essendo in tre con un solo sacco a pelo.
Lungo la strada, su nostra richiesta, Joe cantava “E lucean le stelle” (Joe è un tenore bravissimo) e noi ci sentivamo già condannati a morte.
Giunti al campeggio lo abbiamo attraversato in un fittissimo e irreale buio, ci siamo sistemati nell'edificio in fondo: una palestra che mostrava gli evidenti segni di essere stata strapiena, ma che al momento ospitava forse duecento persone.
I black block serali non si può dire fossero molto comunicativi, ma nemmeno truci d’aspetto, giovani ma non giovanissimi, e si comportavano come collegiali oxfordiani nel rispetto dei turni alle docce… e sì! Perché c’erano le docce della palestra e Joe subito: “Facciamoci la doccia… è l’ideale!”
Non avevamo asciugamani, non avevamo un cazzo! La situazione era sempre talmente irreale che ci siamo denudati, qualche tedesco ci ha prestato il sapone, e ci siamo docciati, io e il Joe, LaSorella no, lei ha reperito qualche asciugamano negli armadietti sventrati, e restava lì in piadi a porgerci l’asciugamano, ammiratissima del fisico dei black block nudi… effettivamente, fisici da atleti… mentre io… ehemmm, piuttosto fisico da slow food!
Io m’ero pure portato i libri nello zaino (come Che Guevara). Uno era “L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Hugo… pensa un po’!
I black block si allenavano a fare giochi con le palline da tennis… ma dove la prendono l'energia!
Ho steso il mio sacco a pelo come materasso, ci siamo stesi. Io ho dormito.
(3 - continua)
Memorandum concerti e partecipazioni:
Dentro la guerriglia.
I quartieri in cui si respirava l’aria accesa della guerriglia urbana, venivano devastati sì, ma con un’asburgica precisione selettiva: tutte le banche, le agenzie di assicurazione, i supermarket (questi ultimi anche saccheggiati, e sopratutto di champagne e altri generi di lusso: il capodanno della rivolta!), integri i negozietti artigianali, per quello che ho visto io; di una fila di venti macchine, alcune anche lussuose, erano state lasciate illese le prime diciassette, la diciottesima distrutta, la diciannovesima sana, la ventesima sfondata e incendiata: assoluta casualità? Incuriositi abbiamo notato che le macchine distrutte erano contrassegnate da marchi, pareva fosse stata fatta una scelta fra le macchine private e quelle di aziende; alcune utilitarie si trovavano distrutte anch’esse e incendiate al centro della strada: erano evidentemente servite come barricate per frenare la furia delle camionette della polizia che intanto, a velocità assassina, sfrecciavano all’improvviso nei dintorni (e mi sa che una di queste, proprio in quel momento, bloccatasi dopo uno di questi maldestri tentativi di investimento dei gruppi di dimostranti, compiva la bell’azione di leggittima difesa di cui tutti abbiamo saputo di lì a poco).
Giusto al di là, sotto un passaggio a livello (sopra mi sembra di aver visto una surreale littorina a vapore passare in quel momento) si scorgeva una violentissima battaglia fra le forze dell’ordine e i Black Block, fra cui si trovava (ci siamo ricongiunti subito dopo) Joe.
Era esaltatissimo raccontandoci di aver assistito alle devastazioni.
Un racconto immediatamente trasfigurato nella sua prosa immaginifica e che poi ha ripetuto per tutto il giorno a chiunque incontrasse… “Questi ragazzi… chissà se sono anarchici… magari sono stalinisti… (questo la dice lunga su quanto ci fosse ancora del tutto sconosciuto il Blocco Nero), sono organizzatissimi, quasi militarmente.
Arrivano due, presidiano la strada all’inizio. Altri due alla fine.
A quel punto arriva il percussionista e parte… il TAMBURO DELLA MORTE!”
Il tamburo della morte non è una metafora di Joe: effettivamente i Black Block avevano dei tamburini e si accompagnavano col loro rullo.
“Poi gli altri che con asburgica precisione colpiscono tutti, ed esclusivamente, gli obbiettivi di forte carica simbolica (banche, agenzie, assicurazioni, bancomat, …)".
Il Joe dice di avere anche visto testimonianze di simpatia da parte degli abitanti Genovesi che, dalle finestre dei piani alti delle case, si affacciavano, applaudivano e gettavano acqua e cibo ai Black Block; il clima di quelle strade ripercorse pochi attimi dopo confermava quest’impressione.
Ora il Joe è un’entuasiasta, e su questo non ci piove. Lui poi era rimasto veramente colpito dagli slogan sui muri: ..."Vegan power", "Meat is murder". “Vedi” diceva con gli occhi che brillavano “Questo è un superamento delle nostre lotte sociali, in una lotta che le comprende tutte e le rilancia diventando, in ultimo luogo, una lotta della vita contro la morte. ... Vedendole fiorire quelle scritte, di corsa, nel turbine, mi viene in mente il termine: "rivoluzione biologica"!... Così generico e totale, così senza connotati di "classe”
Intanto sul lungo viale prospicente la stazione di Brignole (insomma la strada che fiancheggia grate e binari), c’era un corteo completamente bloccato, in via di smobilitazione (c’era anche un grosso camion carico di materiale audio: casse, mixer,...), con schierati, contro la testa una miriade di celerini disposti a falange: caricava la prima linea, poi si disperdeva, salva di lacrimogeni e partiva la seconda fila, e così di seguito...
Rapidamente ci siamo tolti di lì e siamo arrivati a una piazza piuttosto grande per gli standard Genovesi, una piazza con una grossa aiuola arrampicata sulla collina da un lato e una statua.
Mentre giungevano a passo lento e inesorabile i celerini, mantenendo la medesima formazione di cui sopra, la gran parte dei manifestanti, noi compresi, s’è arroccata stremata sulle gradinate in fondo alla piazza e alle spalle del monumento. Questa posizione dava la doppia opportunità di riposare un attimo e di poter dominare dai piazzali, l’evolversi della situazione in basso. Il Paolo e il figliuolo, con gli occhi un po’ arrossati, ma sempre impeccabilmente vestiti, discutevano animatamente. Mi sono avvicinato: il figliuolo è un giovanissimo esperto di battaglie storiche e, alla luce di questa conoscenza, stava analizzando la situazione. “È come alle Termopili”…”No, piuttosto è forse come a Canne”…
Siamo una banda di pazzi! Pensavo io con LaSorella. “Noi andiamo altrove perché qui sta per scatenarsi l’inferno” dice Paolo.
“Bene” dice il Joe. Noi affranti siamo rimasti seduti sulle gradinate col Joe.
Il doppio volo di elicotteri preludeva costantemente e ripetutamente all’arrivo di una quantità sempre più inverosimile e ingiustificata, se non per fare tutto il male consentito dal mezzo, di candelotti. Alché le cariche, violentissime.
Un puro miracolo ha consentito che io, LaSorella e il Joe non ci facessimo seriamente male nella precipitosa fuga su per le tortuose scalinate che portavano attraverso piante e rovi, che abbiamo attraversato graffiandoci, al piano superiore della strada.
Lì, appena snebbiata la vista, i meno fortunati calpestati, sanguinanti, tutti gli altri che vomitavano, spremevano la faccia contro i limoni, si contorcevano a terra con le convulsioni: un girone dantesco già solo quello ottenuto con la giusta dose di lacrimogeni in un luogo ristretto per quanto all’aperto.
Ci siamo abbattuti ed è in quel momento che s’è sparsa la notizia del compagno assassinato. Non si sapeva nulla, chi fosse, di dove fosse. Tutti solo folgorati, tutti incapaci di risposta in quel momento, tutti chiusi nel mutismo, nella rabbia, nelle lacrime.
Un compagno con un accento inequivocabilmente Genovese ha urlato “domani si ballerà!”.
In realtà anche l’indomani ci hanno fatto ballare più di quanto noi non fossimo preparati alle danze.
(2 - continua)