mercoledì, 26 aprile 2006

latitanze

...e ci sarà di che rallegrarsi?

cioè, evidentemente se sono particolarmente assente da questa pagina è perchè le cose marciano bene.
Nel senso che sono molto in giro per concerti/prove/registrazioni e quant'altro.
Oppure che sto straccionando i Moka (Mimmo/Rocco/GIanluca) che, alla fondazione di 'sto bloggo, avevano assicurato che "almeno un post la settimana..."

e invece il nulla, il silenzio, l'assenza.
Oggi i maramaldi sostengono che non sono capaci e dunque mai faranno sentire la loro voce in alcuna forma su questa pagina.

Insommma è iniziato il giro al gioco e il vostro cantastorie, anarchico e sentimentale, è rimastoc ol cerino in mano, abbandonato (online) dalla sua compagnia.

Vabbè introdurremo nuove voci e nuove mani a digitare...

nel frattempo scusate le eventuali latitanze.

Hanno coinciso con alcune bellissime esperienze fra cui quella di Faenza al teatro Masini... che non mi aspettavo così bello!
Si stava facendo la pappa in un osteria fica con il 180esimo tagliere di salumi della settimana che due tizi ci dicono se per caso avevamo un passaggio a tarda sera per Bulagna (dove, dai nostri discorsi, avevano intuito che tornassimo) e noi certo, ceh siamo col furgone.
"ma voi siete qui per il concerto", "beh, anche noi: ci suoniamo", "chi siete?" (c'è questo problema che la domanda viene posta sempre al plurale , come da gruppo, e... come si risponde? Siamo gli alessiolega?)

insomma i due erano venuti apposta a sentire noi!

se da piccolo mi fosse successo che andavo per sentire un concerto e poi ottenevo un passaggio proprio da quello che andavo a sentire, avrei raccontato la cosa in giro...

ora può succedere che la situazione si sia rovesciate.

il bello è che la cosa la sto comunque raccontando io!
*

le prossime date

- 28 aprile alla FNAC di Verona con gli amici del CLUB TENCO si presenta il libro e il disco dedicati a Virgilio Savona

- 29 aprile all'osteria di Corguzzo (Reggio E.) in duo con Rokkuzzo.

- il primo maggio suoniamo per gli anarchici marchigiani nel più bel teatro del mondo: il TEATRO PERGOLESI di JESI. (MOKA) al mattino si innaugurano i giardini "Sacco e Vanzetti!" WOW!

- il 5 maggio al salone del libro di Torino si presenta la miscellanea del CNR con allegato il CD monotematico su Genova curato da Isa (dentro due canzoni, "I Fiascheggiatori" di Alloisio e "I funerali del Pirata" suonate con i Moka). Io e Isa saremo con le nostre chitarre a presentarlo.

- il 6 maggio i compagni del circolo agorà di Pisa organizzano la consueta manifestazione in memoria di Franco Serantini. Io vi prenderò (musicalmente) parte in duo con Roberto Bartoli.

- il 13 maggio a Firenze col compagno Bartoli in un concerto a più voci contro mafioserie varie.

- il 14 maggio a Milano in Panetteria occupata di via Conte Rosso (Lambrate) concerto di solidarietà con gli antifascisti detenuti.

- 17 maggio 5 anni da Genova. serata del Fuori Orario di Taneto di Gattatico (RE) che si concluderà con un concerto mio e dei Moka. Ospite speciale Haidi Giuliani.

- 19 maggio Gorizia. Festival di storia: nel pomeriggio conferenza/concerto con Valter Colle, concerto all'ora dell'aperitivo. (MOKA)

- 21 maggio Udine (da confermare)

- 25 maggio Arezzo (da confermare)

- 27 maggio Saletta della cultura di Novoli (LE). (MOKA)

postato da: AmoreAnArchiA alle ore 17:36 | link | commenti
categorie:
giovedì, 20 aprile 2006

Elio Coriano

è uscito un nuovo libro del mio Elio Coriano.

Ci fu immediata comprensione, epperò sono anni che viviamo incredibilmente lontani e ci si incrocia qualche estate, in quel vetusto angolo di mondo dove vive, in una casa meravigliosa e vetusta, col più bell'impianto Hi Fi che io abbia mai visto, con le sue parole, con la sua famiglia... che da quando li ho conosciuti ha già raddoppiato gli artisti al suo interno... e forse ancora non hanno finito!

E che ci sono due genere di Salentini: quelli che si trapiantano in qualche altrove, e quelli che raccolgono gli altri e gli altrove intorno
a se.
Io sono del primo genere, Elio è dei secondi.
Ma forse perchè lui è della grecìa salentina, è questa è una razza ancora
differente.
*
H 37891

Come decorazioni appese a queste realtà fasulle
con la menzogna che ci cola dalle tasche
ci dicono pure quando essere felici
sopratutto come esserlo
non ci sto mi dimeno

30 12 2001
*
Se non vado errato questo "Scritture randage" è il suo terzo libro. Il
primo me lo portò in regalo quando venne la prima volta a cena a casa mia
a Lecce.

Eeravamo in pieno rinascimento da noi in Salento: brulicava di poeti e
belle idee.
*
H 37847

Pesce all'amo
per la libertà devo scorticarmi la gola

26 12 2001
*
Ma nessuna bella idea passa invano. Questo terzo libro è un altro regalo
che vi consiglio di farvi (Luca Pensa Editore)
*
H

Dei fallimenti
delle montagne sacre
della memoria e dei suoi buchi
degli amplessi senza amore
del silenzio e della parola
della bava che ti scende dalla bocca quando dormi
delle imprese eroiche che si combattono contro tutti
per la giustizia e la libertà di pochi
scrivo

25 12 2001
*
 ps

Domani sera canto accompagnato dai Moka al CSC, Via Adige,22 CUSANO
MILANINO ore 21

postato da: AmoreAnArchiA alle ore 17:20 | link | commenti
categorie:
martedì, 11 aprile 2006

Almanacco 1: l'8 aprile del 1929 nasce Jacques Brel

L’ora dello spettacolo si avvicina e monta rapidamente quel vortice di panico e mal di stomaco che accompagnò tutta la carriera di cantante di Jacques Brel.

Dai primi e frustranti tentativi di fronte all’indisciplinato e irrispettoso pubblico dei cabaret, fino alla folla adorante dell’Olympia, che ancora lo acclamava per ore dopo l’uscita di scena, Brel affrontò ogni esibizione come un toro affronta la corrida: una febbre... una tensione oscura che lo faceva vomitare ogni volta che doveva apparire in pubblico, e se in un giorno aveva tre concerti quel giorno vomitava tre volte.

Vedere ancor oggi, in una qualche ripresa televisiva, Brel esplodere nello spasmo di ogni canzone, vivere, quindici volte in una sera, quindici vite diverse, morire quindici diverse morti, bruciare di quindici diversi amori, urlare di quindicimila rivolte... ancor oggi è un’esperienza incredibile... difficile immaginare cosa dovesse essere per il pubblico messo di fronte a questa sublime voce, calda e tesa, venata di asprezza, ma perfetta al di sopra del canto, dell’intonazione... perfino al di sopra dell’interpretazione, della dizione (comunque chiarissima)... al di sopra perfino della stessa vita: un concentrato, piuttosto, della vita, in tre minuti, verrebbe da dire.

Non poteva durare, e in effetti non durò a lungo.
*
La febbricitante vita di un genio: “...C’est, peut etre, Grand Jacques”

Jacques Brel nacque nel 1929 in una famiglia dell’alta borghesia fiamminga inurbatasi a Bruxelles e santamente devota alla causa dell’arricchimento, della promozione sociale, del culto dell’ipocrisia e della forma, tanto da dimenticare la lingua materna e da non parlare in casa che il francese, la lingua della nobiltà belga.

Jacques, morbosamente attaccato alla madre, figura malaticcia, venuta a mancare anzitempo e succube del marito, un padre-padrone insensibile ad altre ambizioni che non riguardassero potere e denaro, fu subito e per sempre un ribelle, un inquieto.

Abbandonò presto gli studi, s’impegnò in associazioni di ispirazione cristiana, nel cui pauperismo gli parve di intravedere la stessa sua esigenza di radicale rivolta contro la società del tronfio e volgare benessere da cui proveniva, ovviamente si sarebbe ricreduto, diventando anzi un fustigatore dell’untuosità cattolica della sua gente (“nazisti durante le guerre/e cattolici in mezzo/non fate che correre/dal fucile al messale”); prestissimo conobbe la passione amorosa e si sposò mettendo al mondo nel giro di qualche anno tre figlie; giocoforza arrivò l’impiego nell’officina paterna, sopportato lo spazio di pochi mesi e terminato nello scandalo familiare di quando il figlio del padrone venne scoperto dai suoi operai cantare in sordide taverne “i sentieri che portano all’officina/li vorrei bruciare”.

E allora via... per la sua prima grande fuga: a Parigi da solo a cercare fortuna, saltando i pasti, elemosinando serate, raccogliendo a volte l’ironia di colleghi, quali Georges Brassens (che in seguito sarebbe diventato suo grande amico e ammiratore) che, a cagione delle sue prime liriche intrise di fervore ottimistico, lo chiamava “frate Brel”...

E poi pian piano il successo, via via sempre più enorme, mondiale, una delle star più acclamate del suo tempo... e lui in fuga da un teatro all’altro, urlando sempre più forte contro ogni conformismo, contro ogni morte: un’eterna lotta fra l’adolescente che difende coi denti il proprio diritto al sogno e l’adulto che mira al genocidio della speranza, per mettersi ai piedi le pantofole d’acciaio e farsi trovare morto già un bel pezzo prima che la morte bussi alla sua porta, poichè questa è la cura che ancora oggi assumiamo contro la paura della fine: evitare di vivere.

Più i borghesi affollavano i teatri in cui Jacques cantava, più violenta diventava la sua rivolta contro i militari (la colombe, au suivant, les singes), i conformisti (ces gens la, les buorgeois, l’age idiot), i preti e dio stesso (le dernier repas, les dames patronesses, les Bigottes)... alla fine contro il suo stesso ruolo di cantante (la, la, la..., le cheval)... Costretto con le spalle al muro in un personaggio invece che in una persona, Brel, all’apice della carriera, nel fulgore dei suoi trentasei anni, al vertice di una maturità artistica e interpretativa mai eguagliata, mollò tutto, ancora una volta in fuga verso territori mai percorsi.

Aveva però in quegli anni tracciato il percorso di una cinquantina di canzoni di una bellezza musicale e lirica stupenda, canzoni d’amore colossali (Ne me quitte pas, Mathilde, La chanson des vieux amants), epiche battaglie fra la vita e la morte, l’innocenza e la grettezza, l’idealismo e l’ipocrisia (J’arrive, Mon enfance, Regarde bien petit), aveva meravigliosamente celebrato il suo paese, fustigandone al contempo gli abitanti (Le plat pays, Marieke, Les flamandes).

Al culmine, forse, di tutta la sua produzione troviamo una canzone insieme eroica e lirica, una celebrazione dell’esistenza tragica e titanica dei marinai del porto di “Amsterdam”, un inno straziante e incontenibile.    

Jacques Brel girò in seguito qualche film, buono o meno buono, mise in piedi una commedia musicale su Don Chisciotte, di cui ci resta un bellissimo disco di canzoni di scena... poi un cancro devastante lo braccò per i cinque anni in cui si dedicò alle sue passioni: il volo e la vela. Attraversò il mondo intero e alla fine fece tappa alle isole Marchesi, dove viveva trasportando medicine a beneficio di quegli indigeni che lo rassicuravano “parlando della morte/come si parla d’un frutto”...

Rientrando di tanto in tanto a Parigi per le cure mediche, tornò con noncuranza in studio di registrazione e licenziò, poche settimane prima di morire nel 1978 (e non ci si crede a come canta questo quarantottenne con un solo polmone!), un disco sublime, che di sole prenotazioni vendette, a scatola chiusa, due milioni di copie: è difficile scordare la memoria del fuoco.

Oggi Jacques Brel è seppellito a Thaiti, a tre passi dalla tomba di Gaugin, e noi siamo qui...
*
L’arte di Brel ovvero La feroce unità

Contrariamente ai suoi giganteschi colleghi, Gerges Brassens e Léo Ferré, che seppero trasportare la canzone oltre le colonne d’Ercole d’ogni tradizione per dargli valore letterario e musicale altissimo e inedito, Jacques Brel sta nella forma “canzone” come un topo nel formaggio, senza nemmeno sognarsi di spingere le sue ambizioni al di fuori della struttura; la sua arte ineguagliabile risiede piuttosto in una feroce unità.

Jacques Brel sembra comporre la canzone nel momento stesso in cui la canta: l’uso delle forme quali il crescendo costante, l’inestricabile coesione fra forma e contenuto, di modo che (come notava mirabilmente Guido Armellini),  quando parla dei vecchi assume un metro lento e monocorde, quando canta dei timidi il verso si fa nevrotico e singhiozzante, riesce a dribblare ogni rischio di didascalismo, proprio per l’ineffabile interpretazione, talmente calata nel momento, da non potersi più distinguere dalla scrittura stessa.

Veramente in Brel non è distanziabile in nessuna maniera il verso, la nota, la voce, il canto e il gesto... tutto  perfettamente a tempo, anzi il tempo stesso s’arresta con un inchino davanti a una simile eruzione di vitalità.

Georges Brassens guarda al microscopio la lingua, con tutta la sua musicalità, e swinga la filastrocca impagabile della sua poesia distanziata e ironica, l’interiore essenziale rispetto dei valori umani lo rende emozionato e sensibile; Léo Ferré viene invece da una profondità ultramarina, stellare, la sua tenerezza é violenta, quasi insopportabile, la sua rabbia è divina, si misura coi grandi: inveisce come Beethoven, come Rimbaud, affianco a Baudelaire e la sua voce è la voce dell’altrove.

Brel è ora e subito, mangia e vomita i sentimenti, è un nodo febbrile che non può esser rimandato, la forma chiusa gli è congeniale perché non può perdere tempo ad attardarsi nella riflessione sugli utensili, ha altre priorità: deve respirare e urlare, bruciare e fuggire, e se è costretto, per un’ora scarsa, sotto i riflettori eccolo esplodere incontenibile fra musica e parole. E’ l’inestricabile presenza della vita, la permanenza del fiume.

La cascata è oggi perduta, ma resta il suo tuono, la sua forza, la sua freschezza, il suono: ascoltatelo, può cambiarvi la vita!

 

*

le prossime date

 

- 21 aprile CUSANO MILANINO (MI) il Circolone. Una bella rassegna resistente, in cui ci son già stati, fra gli altri, i Gang.(MOKA)

- 22 aprile FAENZA TEATRO MASINI una serata organizzata da Audiocoop, con Roberto Angelini, Pino Marino e il sottoscritto.(MOKA)

- 25 aprile LECCO, lo spettacolo della liberazione per L'ANPI.(MOKA)

- 28 aprile alla FNAC di Verona con gli amici del CLUB TENCO si presenta il libro e il disco dedicati a Virgilio Savona.

- 29 aprile all'osteria di Corguzzo (Reggio E.) in duo con Rokkuzzo.

- il primo maggio suoniamo per gli anarchici marchigiani nel più bel teatro del mondo: il TEATRO PERGOLESI di JESI. (MOKA)

- il 6 maggio i compagni del circolo agorà di Pisa organizzano la consueta manifestazione in memoria di Franco Serantini. Io vi prenderò (musicalmente) parte in duo con Roberto Bartoli.
- 17 maggio 5 anni da Genova. serata del Fuori Orario di Taneto di Gattatico (RE) che si concluderà con un concerto mio e dei Moka. Ospite speciale Haidi Giuliani.
- 19 maggio Gorizia. Festival di storia: nel pomeriggio conferenza/concerto con Valter Colle, concerto all'ora dell'aperitivo. (MOKA)

- 27 maggio Saletta della cultura di Novoli (LE). (MOKA)

postato da: AmoreAnArchiA alle ore 11:01 | link | commenti (4)
categorie:
mercoledì, 05 aprile 2006

Genova 4

Quarta parte: massacro.

Sabato 21 luglio 2001

Di mattina molto presto, usciti dalla palestra che ci aveva dato ricovero, abbiamo trovato gli occupanti delle poche tende ancora nel campo intenti alla colazione e immersi nell'attenta decifrazione dei giornali; si trattava di francofoni, gli abbiamo dato una mano a tradurre i passi salienti unendoci alle comuni reazioni di sdegno e indignazione.

È lì che ho visto le foto, la camionetta, l’estintore...

I nostri interlocutori dimostravano una certa conoscenza delle realtà del movimento, anche a Milano (uno di loro era stato di passaggio al Conchetta!), e un altro diceva di conoscere bene e stimare Scalzone e invece di non stimare affatto Toni Negri.

Faceva ironia sulla mania del pentitismo, e trovava che certe prese di distanza troppo rapide, con Genova ancora in fiamme, rappresentassero una sorta di continuità culturale “Se repentir c'est dans la culture Catholique” dicevano ridacchiando “Ma per fortuna anche qui ci sono gli anarchici! “ tuonava Joe - noi li avevamo arruolati naturalmente fra gli anarchici a ‘sti francesi - ma il tizio diceva “On ne sait pas si on est tous anar … on est une gauche radical… mais aussi en France il y à un peu trop de gauche caviar! La plus part de nous est deja partie cette nuit! Moi je vais voir ce qu’il va arriver…  

Ce ne siamo andati a raggiungere la manifestazione. Joe prendeva un cappuccino a un baracchino, e lì tentava di litigare con qualcuno (e poi è partito…il tamburo della morte…).

Abbiamo aspettato ore a guardare sfilare questo grandioso corteo, veramente immenso, composito, festoso, pensoso… io notavo quanti, quanti, quanti fossero i cattolici… e mica solo i cattocomunismi… c’erano proprio i catto-catto!

Però, mi dicevo…bravi!

Sai la paura c’era e che loro fossero lì era una bella cosa.

Pochi i black bock, sparpagliatissimi fra i manifestanti. Dicono che quei pochi, con abili manovre di assembramento e fuga, abbiano attirato la furia della polizia. Io questo non l’ho visto… la furia si.

Finalmente ci siamo uniti al corteo al passaggio dello striscione dell'USI… abbiamo fatto poca strada, passando da una parte all’altra, salutando tutti i compagni, le conoscenze di tutt’italia, i Fai di Milano, scambiando tremori e furori del giorno prima… poi il corteo si è bloccato, spezzato, aggredito.
Fumo di candelotti laggiù… LaSorella fa “Torniamo indietro” e io (coglionissimo) con quel pazzo di Joe… “Ma no… queste cose vanno vissute nell’occhio del ciclone, andiamo a dare un’occhiata…”.

Io, Joe e il compagno Varengo facevamo la spola fino al punto in cui si vedeva il fumo, in prossimità di una grande scritta sul muraglione "ASSASSINI".
Siamo tornati indietro.

Lì per l’ultima volta ho avuto il piacere di vedere, seduto su una fioriera in mezzo alla strada, Gino Agnese.
Gino Agnese è il compagno più anziano che ho conosciuto la prima volta che ho cantato a piazza Embriaci, per gli anarchici di Genova.
Gino era adorabile, diceva sempre “Mamma mia… quando sono diventato anarchico ero il più giovane del gruppo… avevano tutti almeno cinquant’anni, e io ne avevo venti… e sono rimasto per un sacco di tempo il più giovane… ora mi fa un’impressione pensare che sono il più vecchio che frequenta la sede.”
Gino adorava “L’isola”, una canzone anticlericale di Duilio Del Prete che io cantavo spessissimo. Le due tre volte che ho cantato a Genova prima di quel luglio Gino c’era sempre, in giacca e cravattino anarchico. Alla prima canzone si addormentava regolarmente… alla fine del concerto si svegliava e chiedeva a gran voce “fammi l’isola!”.
Qualche mese dopo quel luglio lì Gino è morto improvvisamente.

Io l’ho saputo dopo un po’ e, accecato dal dolore, ho fatto per telefono da Milano un telegramma un po’ retorico per la sede. Il testo era “Ciao Gino. Chi ha compagni non muore. Firmato Alessio” (un verso rubato a Fortini in verità!), solo che il coglioncione a cui l’ho dettato ha in realtà scritto “Ciao Gino. Chi accompagni non muore”. I compagni di Genova devono aver pensato che m’ha dato di volta il cervello…

Però insomma l’ultima volta che ho visto Gino Agnese è stato a Genova.
In mezzo al massacro “il più giovane, il più vecchio” dei compagni genovesi era lì, seduto su una fioriera, madido di sudore “Ciao Gino. Come va?“.
“Fa caldo” ha detto.
Io ci sono cose che non mi posso scordare.

Dopo un po' di avanti e indietro, io e il Joe siamo ancora andati a vedere cosa succedeva più davanti possibile. Appena il tempo d'arrivare, di chiedersi cosa volesse fare la polizia a questo corteo - che sembrava a prova di carica tanto tutte le età e tutte le tendenze vi erano rappresentate: così zeppo di verdi, di pacifisti, di cattolici, di famiglie intere, di anziani, di organizzazioni sindacali (ho visto persino una bandiera della CISL) - e ho  sentito il doppio volo degli elicotteri, e una più fitta che mai pioggia di lacrimogeni ci ha raggiunto, intanto è partita la carica più spaventosa: violentissima, amplificata dal ristrettissimo spazio. Un massacro, ci siamo tutti persi di vista. Lontanissimo dalla sorella, dagli anarchici, da Gino, da tutti.
Stretti fra il muraglione e i parapetti sul mare. Joe è stato buttato giù è si è seriamente fatto male a una gamba.
Io scappavo stracciandomi tutto per passare oltre una siepe.
…E mi son trovato con le spalle contro delle sbarre, troppo alte. C'era chi saliva su una macchina messa contro il cancello, ma le sbarre avevano le punte in cima. Io se ci provo m’infilzo.
La siepe che mi separava dalla strada si è squarciata è emersa il muso di una ruspa della polizia, si intravedevano i manganelli dietro, e quel rumore terrificante dei manganelli battuti sugli scudi. “Sono sfottuto” e mi sono messo le mani sulla testa.

In quel momento qualcuno (Un compagno penetrato dentro? Il mio angelo custode?) ha aperto il cancello dello stabilimento contro le cui sbarre mi trovavo, son corso dentro, SALVO.

Avevo affianco altri mille, che pena, che dolore: i manifestanti lì con me erano dei verdi e di lilliput, avevano un'espressione di dolore disperato, piangevano, si sentivano, come me, la faccia e le braccia in fiamme, gli occhi con la sabbia dentro, lo stomaco esploso, il respiro assente, insufficiente, strozzato…ma probabilmente, non sapevano che bisogna resistere all’idea che stai soffocando, e poi comincia a passare, che se ti fai prendere dal panico peggiori la respirazione già difficile.
Loro avevano gli occhi di chi crede di stare morendo.
Sono i momenti in cui pensi ai poliziotti e perdi la pietà.

Sono rimasto in attesa del fiato e con quell’incredulità di chi s’è salvato a girovagare accosto al mare.
Sono risalito verso la strada. Mi ha colpito molltissimo l’aver visto per terra… due, sette, dieci, paia d'occhiali da vista calpestati: visione terribile (io sono miope), senza occhiali sei cieco, sbandato, in un luogo sconosciuto ti puoi fare molto male anche da solo.
Tornato alla strada ho visto il Cile dei filmati del '73. Vado in manifestazione regolarmente da quando ho quattordici anni. Conosco la gente che manifesta. Erano lì con la fronte spaccata, a terra presi a calci dalla polizia.
Gruppi di poliziotti che in cerchio mollavano calci a sacchi di sangue e stracci che indovinavi più che vedere.
E io che faccio?

Santa ingenuità… conosco la gente che va in manifestazione, e io più che mai sono e sembro uno di loro. Ho tirato fuori il mio badge di riconoscimento con sopra marcato “Telepiù” (è l’azienda per cui lavoro), e passavo con l’aria più indifferente possibile fra i poliziotti e il sangue. Santa ingenuità… ovviamente il mio piccolissimo badge era invisibile e comunque lì era anche patetico. Però son passato in mezzo a quell’inferno senza che i demoni si accorgessero di me.
Io li guardavo ovunque grugnire, darsi pacche sulle spalle e poi giù testate (col casco integrale addosso) sui dispersi, i soli, i sanguinanti. Lì un gruppo di poliziotti che si innaffia vicendevolmente di getti d'acqua: si rinfresca? O si pulisce il sangue?
La cosa che ancora mi fa rabbrividire e che ho visto quattro, cinque volte i poliziotti darsi il cinque… si correvano in contro e si battevano la mano con un gesto sportivo, come se avessero segnato un punto, come se fosse un gioco, come se stessero vincendo.
Le strisce di sangue orlavano il marciapiede in più punti. Una schiuma rossastra scorreva in rivoli di fango e acqua: non è un'immagine metaforica, era proprio così.
Con la mia migliore aria indifferente proseguivo cercando di ricongiungermi allo spezzone dov’era rimasta LaSorella.

Non lo dimenticherò mai: ho visto per terra, con la schiena appoggiata a una panchina, una signora che potrà avere avuto sessanta, sessantacinque anni, a fianco una bandiera di Rifondazione Comunista, sezione di Rimini. Romagnola, comunista – penso - lo sarà da prima di essere nata, farà una manifestazione a settimana, sarà venuta con lo spirito della gita domenicale.
Ha un braccio rotto, si solleva un po' la manica corta al mio passaggio e mi gela il sorriso consolatorio che le dispenso: un tremendo ematoma allungato, l'inconfondibile segno della manganellata, non urla, non piange, ha un'espressione congelata, indefinibile, incredula... non ci sono parole per descrivere lo strazio...si ferma un poliziotto, gigantesco, imbottito, pesta rumorosamente un piede davanti alla signora per attirarne l'attenzione e urla
"Alla sua età... non si vergogna?".
Se l'odio impotente ha un'espressione dev’essere stata la mia.

Riesco a ricongiungermi al corteo dove s’è spezzato. Ancora piogge di lacrimogeni, che vedo chiaramente sparare dalle barche che si muovono per il lungomare per l'ennesima carica. Basta, basta…

Solito panico, si scappa, ma davanti avrò centomila persone. Non si riesce a correre, ci si travolge da soli. Inoltre un ragazzo terrorizzato leva nella mano tre bossoli raccolti per terra, dicendo "Sparano! Sparano!".
Sembrano proprio bossoli di fucile, penso comunque che fossero roba di lacrimoge… in ogni caso, anche se fosse vero, non dite mai in una folla già completamente in panico che stanno sparando, mostrando in mano tre bossoli.

Dico “Calma, calma, calma”. Un tizio mi avverte “Chi dice calma, calma, poi si ritrova solo con dietro i poliziotti…”
Mi giro e dietro ho solo i poliziotti. Avanzavano ancora, menando colpi di manganello come per uccidere, si sentiva stridere l'aria, e loro avevano un'espressione di ferocia come i cani che si azzuffano: cercavano il morto anche Sabato, come mi aveva appena detto Monna di Torricelli, incontrato per strada, dolorante per un candelotto nella schiena.
Due manganellate mi hanno raggiunto e devo ringraziare il sacco a pelo legato sopra lo zaino, che ha assorbito molto della violenza del colpo, se ho ancora una testa.
Ho messo la quarta, in tre minuti ero cento file avanti, poi ho smesso di correre. Ho ritrovato LaSorella e abbiamo lasciato Genova sulla macchina di un compagno due ore dopo. Quella notte, mentre facevano la Diaz , ero nel mio letto.

L’ultima immagine di Genova che ricordo – alla fine del corteo - è quella di un ragazzo col torace nudo, arrampicato su un fanale, con tante lacrime negli occhi, che urlava "Questa volta è finita...la prossima coi bazuka".

23 luglio 2001
(testimonianza rivista e integrata fra marzo e aprile del 2006)

postato da: AmoreAnArchiA alle ore 11:34 | link | commenti (3)
categorie: genova 2001