...e stavo dunque cenando nell'usuale Trattoria Aurora, a due passi da casa, splendidamente solida di legno e di cucina (basti dire che le volte che m'è capitato di desinare con Gianni Mura siamo andati lì!), quando mi squilla il cellulare e rispondo pronto a ringraziare degli ennesimi auguri di compleanno.
Era invece il buon vecchio Vittorio del Comitato, per cui abbiamo suonato più d'una volta, che mi dice:
"Non so... credo di non aver mai fatto tante telefonate in vita mia... Volevo dire anche a te che Silvia Baraldini da tre ore è una donna libera, anche formalmente". Non aveva fiato per dire di più, né ce n'era bisogno.
"Alla base di ogni autentica opera di poesia sta il coraggio: esercitato nei confronti del tempo; proprio e dei propri padri." (Giorgio Bassani)
Anna Lamberti Bocconi, grande poetessa e inestimabile amica, collaboratrice già di Fossati, di Giancarlo Onorato e - si parva licet - di me, presenta con un reading il suo nuovo libro Devi chiamarmi sempre oggi in villa Pallavicini (via Meucci, 3) a Milano.
Immagino abbiate avuto notizia della palazzina franata iersera in questa città. Essendo sita esattamente a 100 metri dal mio posto di lavoro, stamane, con la mia bicicletta, ci son passato davanti.
È una visione dolorosa e che fa pensare.
È il bonsai di una città bombardata.
Desmentegass, che era anche il titolo di una mostra fotogarfica sul bombardamento dell'agosto '43, si dice, nel dialetto di questa città, l'oblio che cade sul proprio dolore, tanto da riuscire ad infliggerlo (con opere o omissioni) ad altri.
MI pare appropriata questa poesia di Anna:
L’efebo che allietava le notti del miliardario,
diciotto anni, viziato in un ridere sciocco,
e compiaciuto si dava il kajal sugli occhi
lo specchio d’argento antico di Babilonia
gli rifletteva un sé svenevole ed eccitante
e aveva una madre addolorata e quattro sorelle e sei fratelli
quasi tutti combattenti, e il padre l’aveva cacciato a frustate;
si accarezzava facendo il bagno, e il suo padrone ed amante
se lo inculava ogni sera e lo lambiva fra velluti,
gli aveva regalato due cavalli e una volta l’aveva portato
al casinò a Kuwait City ma poi a momenti
scoppiava di gelosia e dalla rabbia aveva perso un miliardo,
perché tutti lo guardavano allora lo riportò indietro
la notte lo legò e fino all’alba seminò su di lui;
il femminello era felice di far godere il suo scià
e di giorno provare tutti i profumi con le donne,
e di nascosto a volte portava soldi alla sorella minore.
Un frammento metallico gli ha spaccato il costato,
l’ha spazzato dal mondo mentre cadeva il palazzo,
né religioso né soldato, la checca di un petroliere
durante l’invasione dell’Iraq 2003.
Dunque... il compagno Rino De MIchele, una delle principali anime agitatrici che stanno dietro tutto quel progetto noto come A-parte (arte & anarchia), di cui l'omonima rivista è il periodico catalogo, progetta una lunga intervista collettiva - praticamente un'inchiesta - sul rapporto fra artisti e mercato.
Con il suo permesso anticipo quassù le domande e le mie risposte (nonchè quelle degli altri intervistati con cui sono in contatto).
I domanda)
La storia smazza le carte ma tutto sembra girare nella solita vecchia crudele maniera: "pane e circo".
Per il "pane", almeno qui in occidente, te lo fanno trovare; a pancia più o meno piena si allontanano i cambiamenti e le rivoluzioni. Il "circo" è divenuto oggi essenziale nel far accettare il suicidio dell'umanità: gli artisti, i creativi abbelliscono il superfluo, convincono, fanno vendere l'inutile adoperandosi per il mercato delle multinazionali, i soldi e il successo.
Ora la prima domanda è questa: funziona in ogni caso così oppure un artista ha ancora spazi per avviare atteggiamenti alternativi e discordi al puro valore di mercato?
mia risposta)
Mi sono spesso interessato di cinema e letteratura popolare e ho dedicato anni di studio e di militanza al fumetto. Oggi in particolare mi occupo di canzoni. Dunque i miei interessi sono indirizzati quasi esclusivamente verso le arti popolari - dette anche arti minori - dunque, necessariamente e quasi per
definizione, le più compromesse col sistema di sfruttamento industrializzato del prodotto artistico.
Nate - o comunque maturate - nell'ambito dell'ultimo secolo e mezzo, tali arti si generavano proprio dalla larga diffusione dei mezzi di comunicazione di massa (radio, cinema, Tv) e della riproducibilità seriale.
Di fatto però, con tutti i limiti di ogni caso, l'industria s'è sempre conciliata malissimo con l'arte.
Il potere, laddove s'identificava col monarca, il papa o il mecenate di turno, riusciva a trarre profitto e indirizzare la creatività alla persecuzione dei propri fini. I mercanti d'arte e la cricca dei critici e delle accademie hanno - molto parzialmente e con tutti i distinguo possibili - ereditato tale potere.
L'industria no.
In una prima fase l'industria culturale - che come ogni industria è spersonalizzata e spersonalizzante: "alienante", direbbe Marx - nutre negli artisti (e nel loro pubblico) l'illusione di una libertà assoluta: "basta che venda... e poi può dire quel che gli pare".
Ma non a caso le forze che avevano una politica culturale più credibile erano quelle delle sinistre istituzionalizzate (un tormentone berlusconiano è appunto quello della "cultura in mano alle sinistre"!), per la loro concezione di Artista di stato e di Utile idiota, strette parenti in realtà del rapporto ancien regime Arte/Potere.
Invece il capitalismo moderno ha mascherato per quasi cent'anni la sua totale ignoranza e incomprensione con un "laissez faire" che, negli ultimi trent'anni, ha subito un brusco cambiamento di rotta. Prima c'erano dei referenti: tutta una classe di talent scouts, direttori artistici ed editoriali nelle case
editrici, discografiche e persino in TV, tanto dispotici quanto di una loro onestà e di una vera sensibilità (penso - in particolare per il mio ramo - a gente come Melis, Micocci, Lilli Greco, Nanni Ricordi, che sono stati le vere eminenze grige della canzone Italiana dagli anni '60 agli '80). Il loro posto è preso oggi da anonimi consigli di amministrazione che magari dirigono una collana di canzone d'autore, avendo promosso, fino al giorno prima, una marca di aspirapolveri e provenendo dallo stramaledetto regno delle consulenze.
Oggi gli artisti si muovono in questa terra bruciata.
Buon esempio può essere il rapporto fra il cinema/teatro e la televisione: negli anni '60 e '70 la televisione leccava il culo ai grandi attori perchè si degnassero di comparire in Tv.
Oggi un regista vedrebbe rifiutato qualsivoglia copione da un produttore, se non può assicurare al suo film la presenza di almeno una velina qualunque (risultato: il cinema italiano che ha espresso Fellini, Monicelli, Scola, Rosi, Pontecorvo, Germi, Leone, ecc... oggi è ridotto come sappiamo) e il teatro
uguale (notate la preminenza di personaggi televisivi nei cartelloni teatrali).
Fumetto e canzone - che non possono vantare parentele così strette con l'onnipotente TV - e quindi non possono aspirare alla ripartizione delle sue briciole - sono bruciate per sempre.
In questo totale disinteresse del mercato, nell'assenza e nella difficoltà degli spazi in cui celebrare il concerto o pubblicare e distribuire il CD o il fumetto, nei bastoni fra le ruote posti da un sistema (la SIAE) nato (pare!) per tutelare i diritti degli autori (ma più che altro dei loro editori) ma che allo stato attaule è solo un catenaccio alla libertà d'espressione, può l'artista trovare uno spazio?
Ebbene, anche se non potesse, deve!
Come?
Siamo appunto qui per discuterne...
Questo settembre ancora in giro per l'Italia.
Dopo la bella sorpresa di trovare un pubblico attento prima ed entusiasta poi, nella profonda provincia di Vicenza, si riparte a cavalcare il nord e il sud dello stivale.
Vott settember (l'8 settemre) siamo in concerto coi Moka al Paolo Pini, Milano. Il concerto è da intendersi condiviso col cantautore e grande amico Stefano Tessadri e la sua banda.
Sunt un pu emossiunàt, l'è un toc de temp che mi ghe canti no con tucc la furmassiun dei mokka in la me città d'adussiùn.
Poi riparto a farmi una chiaccherata col Marcello Baraghini cogliendo l'occasione del festeggiamento a Pitigliano dei 30 anni di attività di quella fucina di provocazioni che è Stampa Alternativa.
Il concerto di chiusura è affidato ai Noinatimale, ma vedrà fuggevomente sul palco anche Alessandro Fiori, Paolo Benvegnù e il sottoscritto.
Il 17 del mese prendo l'aereo e me ne volo a Vibo Valentia, dove nel Parco delle rimembranze si svolge un festival di Liberazione che il giorno prima vede il concerto di Claudio Lolli e Paolo Capodacqua e poi quello mio in compagnia di Marco Spiccio e Isa.
Il 23 io e Rocco - il fido scudiero - siamo a Roma alla festa di liberazione per un breve set di 3/4 canzoni.
Il 27, vado a rinfrancare il dolore di essere 34enne già da un giorno, presenziando la presentazione del libro di Annino La Posta sui "Cantautori Italiani" di ultima generazione (...mi pare che il più giovane del libro però sono io!!!) alla FNAC di Torino.