sabato, 29 settembre 2007

Il dolore e la rabbia di Lia Serravalli

Quel giorno, un sabato, era uno splendido giorno di sole e di mare. Me lo ricordo nitidamente. Ero a Porto Cesareo e stavo pulendo i fagiolini per pranzo, seduta nel minuscolo giardino di una minuscola casa di vacanza.
Il mio pancione mi faceva allegria, in effetti non sono mai stata tanto bene in vita mia come quando ero incinta. Non conoscevo ancora Maria Elena, anzi non sapevo che sarebbe stata una femmina, perché lei mi avrebbe fatto questo piacere, di nascere e di nascere femmina, solo il 3 dicembre successivo.
Mentre io ero lì felice e contenta a tagliuzzare fagiolini e mi sentivo in pace con il mondo, da un'altra parte Lia, arrivata poco prima da Bari ed in attesa della coincidenza, si dirigeva verso il bar in lieta e numerosa brigata: il suo papà e la sua mamma, il marito Renato, le figlie - Sonia di 7 anni e Patrizia di 18 -, la sorella Silvana di 34, incinta del terzo figlio, con le sue bimbe di 2 e 4 anni, ed il marito.
Una famiglia molto unita, una tribù, che anche le vacanze passava insieme e che, in tutti i viaggi prima di allora, si era sempre mossa in macchina, ma stavolta, per contentare Silvana, timorosa del traffico d’agosto, era partita in treno.
Lia non ha mai saputo spiegarsi perché, non avendo simpatia per le lotterie e non avendolo perciò mai fatto prima, quella volta, passando davanti all’edicola, ebbe l’impulso irresistibile di comprare un biglietto. Mentre l’edicolante glielo porgeva, si ricordò di non avere soldi con sé e richiamò indietro sua madre. Gli altri erano già avanti, sulla banchina del primo binario. 
 
Nel momento in cui cinquemila lire ed un biglietto della lotteria cambiavano di mano, un boato terrificante scosse  il mondo. Il pavimento prese ad oscillare paurosamente, Lia cadde a terra. Stordita, immersa in un improvviso agghiacciante silenzio, girò intorno lo sguardo, vide che il cielo era diventato nero e l’aria densa, irrespirabile. Si rialzò, gridò “le bambine!”, corse incespicando in avanti. Non vedeva i suoi, anzi non vedeva proprio nessuno in quell’orribile foschia, soltanto macerie e vetri infranti e carte che volavano.
Poi riconobbe in terra un cappellino. Si fermò, scrutò meglio e vide poco più in là lei: Patrizia, schiacciata tra le rotaie ed il marciapiede. Sul suo corpo incombeva l’Ancona-Chiasso, fermo al primo binario.
Si aggrappò ad un uomo che passava di corsa: “Mi aiuti, dobbiamo sollevarla!” “Signora, dobbiamo aiutare i vivi, questa ragazza è morta” “Ma che sta dicendo? Non si può mica morire così, in un momento, questa ragazza è viva!” L’uomo la guardò più attentamente.  “Ma chi è questa ragazza?” “E’ mia figlia, è mia figlia!”
La certezza della morte di Patrizia colpisce Lia, improvvisa come un fulmine. Volge le spalle all’orrore, corre via, attraversa l’atrio, esce sul piazzale. Lei non è mai stata adeguata alle situazioni di emergenza, sua sorella Silvana lo dice sempre: “Speriamo che se ci succede qualcosa non debba essere Lia ad aiutarci, sennò stiamo freschi!” Ne risente la voce, la follia di dolore che l'ha spinta a fuggire dilegua e torna indietro, sul binario.
 
Trova Renato, non è ferito, insieme riprendono a cercare.
Silvana, la bella allegra solare Silvana, Silvana che era sempre affannata ad inseguire le incontrollabili piccolissime figlie e aspettava un altro bambino, e ne era felice, Silvana che quando si facevano, come tutti ne facciamo, quegli impossibili discorsi sul “cosa faresti se ti morisse un figlio” replicava sempre, con incrollabile sicurezza, “non mi può morire un figlio perché io lo impedirei”, eccola Silvana, sfigurata, riconoscibile solo dalle vesti, riversa sulla banchina maledetta ("meglio che sia morta – dice la sorella – era ridotta troppo male").
Lia e Renato la sollevano, la rigirano. Sotto il povero corpo martoriato ci sono le sue bambine, ferite, ma vive, vive. Silvana ha mantenuto la sua promessa, non ha permesso che la morte se le prendesse, i medici poi confermeranno che il corpo della madre ha fatto loro da scudo.
 
Poco più in là, il capo sotto una trave di cemento, un corpicino muove debolmente le gambe. Renato disperatamente solleva e butta in là la trave, raccoglie tra le braccia la sua Sonia – “stai tranquilla, amore, papà ora ti salva, ti porta all’ospedale” – e corre verso l’uscita. Cadrà svenuto dopo pochi passi ed altri porteranno in ospedale la bimba di 7 anni, l’altra figlia che Lia e Renato non rivedranno più viva.
 
Ma cosa è stato a provocare l’inferno? Lì per lì si pensa ad una caldaia scoppiata. Ma il padre di Lia, ex ufficiale dell’esercito, scampato quel giorno, solo quel giorno, alla strage, ha capito subito e lo dice a sua figlia: è stata una bomba.
Proprio così: una miscela di tritolo e T4, esplosa alla stazione di Bologna alle 10 e 25 del 2 agosto 1980, che fu udita in un raggio di molti chilometri e distrusse gran parte della stazione, investendo anche il treno Ancona-Chiasso, in sosta sul primo binario.Sono passati ormai 27 anni e ancora nulla è emerso sui mandanti della strage che provocò 85 morti e 200 feriti.
Nel 1995 (sentenza definitiva della Cassazione del 23 novembre) i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono stati condannati all’ergastolo quali autori materiali della strage, il processo dichiarò inoltre colpevoli di depistaggio alcuni ufficali del servizio segreto militare, su tutti spiccava il nome di Licio Gelli, ex capo della loggia massonica P2. Nel 2000 un nuovo processo ha aggiunto altri nomi agli accusati per depistaggio, chiamando in causa un estremista di destra, un ex dirigente del SISMI e un delinquente comune.
 
Ma dei mandanti ancora nulla. Al pari degli altri sopravvissuti, Lia Serravalli, che nella strage della stazione di Bologna del 1980 ha perso le figlie Patrizia e Sonia e la sorella Silvana, non ne ha pace. E' arrabbiata, tanto arrabbiata per l'ingiustizia che si somma al dolore, per l'indifferenza delle istituzioni, per il segreto di stato che ancora impedisce di conoscere tutta la verità.
 
Oggi ho ascoltato, ho visto in tv il suo lungo racconto ed ho pianto per tutto il tempo, perché il racconto di Lia, i suoi strazianti ricordi, l’incancellabilità del dolore erano espressi con tanta tranquilla, dignitosa, disperata vividezza da farmici entrare come se fossero miei.
Lia parla con una accento che mi è caro ed ha un volto che mi ricorda quello di mia madre, alla quale avrei voluto somigliare nel fisico perché era molto bella e affascinante, come lo è Lia.
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Lia ha parlato molto anche del dopo, di suo papà che non riuscì a superare la tragedia e infine si suicidò gettandosi dal balcone, dell’altro figlio che suo marito Renato la persuase a concepire per ritornare a vivere, Silvano, nato nel 1982, l’unica ragione per la quale Lia si dichiara felice di vivere, dell’insopportabile dolore che l’invade e delle bolle rosse che le ricoprono il corpo ogni anno da 27 anni, il 2 agosto, all’approssimarsi delle 10:25, (deve prendere gli psicofarmaci per farle andar via),  ha detto che le sue figlie sono fiori recisi e perciò ogni mattina porta dei fiori sulla loro tomba, che conserva i guanti di gomma che Sonia un giorno le regalò perché non si sciupasse le mani. Era così piccola Sonia, aveva solo 7 anni, e Lia e non sa come sarebbe stata da grande. Patrizia invece aveva già 18 anni, si era diplomata un mese prima e voleva iscriversi a psicologia a Roma. Le piaceva tanto la pasta al forno (chissà se è la stessa che mia madre, naturalmente barese, ha insegnato a me e che i miei figli adorano) e quando qualcosa le piaceva, diceva: “mamma, fanne assai, fanne due o tre chili!” Nel suo tema all’esame di stato aveva scritto che il terrorismo è “una guerra che non è stata dichiarata da nessuna parte”.
 
Lia crede in Dio perché, dice, da sola non sarebbe sopravvissuta a tanto dolore e quindi, se è viva, è perché Dio la sorregge. Agli assassini oscuri e mostruosi che le hanno spezzato la vita dice:
“Dovrebbero guardarci con gli occhi bassi, e sperare che Dio non esista”.
                                    
So che questo è un blog anarchico ed ateo (d’altro canto anch’io ho il mio bel daffare a conciliare il mio sostanziale ateismo con l’intollerabile idea che mi toccherà morire), ma non trovo niente da ridire sulla fede di Lia, giacché non è stato nessun dio ad uccidere Sonia e Patrizia e Silvana e le altre 83 vittime innocenti della strage di Bologna, ma esseri umani, come me, come Sonia, come mio figlio, però esseri umani indegni dell’umanità, individui che hanno come proprio dio l’odio, l’egoismo, il potere, la sopraffazione, la violenza, la morte.
 
Questa cronaca nasce dallo sbigottimento di fronte alla crudeltà del caso che travolse una bimba mentre nello stesso momento un’altra cresceva al sicuro nel ventre materno, dalla commossa solidarietà ad una donna nata nella terra in cui son nata, dal pensiero che ogni volta che vado a Bologna (e ci vado assai spesso da quando ci vive la mia Elena, nata nel 1980) guardo l’orologio a sinistra dell’ingresso principale, fermo da 27 anni sulle ore 10:25, e la lapide con i nomi delle vittime nella sala d’aspetto di seconda classe.
 
Questo lungo racconto è il mio umile omaggio a Lia Serravalli e a tutte le madri colpite a morte dalla crudele follia di uomini orrendi, e rappresenta una preghiera laica alla speranza che gli "uomini che hanno la forza ma non la ragione" possano essere un giorno sconfitti per sempre.
 
ciao. mariateresa
postato da: cenerinocodarossa alle ore 02:35 | link | commenti (3)
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mercoledì, 26 settembre 2007

regali di compleanno

beh... vabbè... un po' me lo son tenuto per me (non è carino gongolare in pubblico!).
Il disco mio e dei Moka "Sotto il pavé la spiaggia" è nella cinquina delle opere che concorrono alla Targa Tenco per il miglior interprete (di canzoni non proprie).
Vabbé... mi direte voi... mica hai vinto!
No, certo, però già così è come avere una nomination all'Oscar... quindi è una bella cosa.

E poi non lo dico tanto per me... quanto per i "ragazzi" di cui ho interpretato le canzoni... nella speranza che siano fieri di me quanto io di loro. Grazie Georges, Jacques, Léo, Renaud e Allain.
postato da: AmoreAnArchiA alle ore 00:39 | link | commenti (6)
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venerdì, 21 settembre 2007

Gabriel Leroy

Mi porto sensi di colpa densi come grumi nel sangue.
Per dire la verità - masochisticamente - ci tengo anche a questi miei sensi e alla colpa. Mi servono per spingermi al tavolo da lavoro, insieme all'orrore per i discorsi dell'imbianchino (come diceva Bertolt), insieme agli amori finiti e finibondi, insieme a pochi entusiasmi e alla mia ancora immensa capacità d'entusiasmo.
Ho sensi di colpa, sia collettivi che personali.
Dell'ultimo dei quali volevo concionare quassù.

Sono - già l'ho detto più volte, anche quassù - un fan aggressivo e rabbiosamente convinto dell'immensità di quel talento della canzone moderna che è il francese Allain Leprest. Allain è un uomo difficile e tenerissimo, un écorché vif, come reciterebbe una frase idiomatica.
Allain è circondato da fan di aggressiva e rabbiosa convinzione che, come me, trovano un'incomprensibile porcheria che la semplice evidenza del suo genio non lo porti ad essere riconosciuto urbi et orbi come tale; e questo nonstante tutto ciò che Allain ha fatto, fa e farà per cercare di porre cariche di dinamite contro ogni ipotesi di diventare famoso.
Per creare un collegamento fra questi sparpagliati supporter c'è - of course - una mailing list a cui sono anche iscritti (almeno) due grandi artisti: il sottoscritto (...ahem!) e Claude Semal, eccelso cantattore poetico e politico (ne parlerò prima o poi). Questo per dire che siamo pochi... ma molto buoni!
Io sono uno spettatore di questa mailing list, un lurkatore per dirla con linguaggio specialistico, perchè il francese lo capisco bene assai... ma, quanto a scriverlo, sono un troglodita.
Ebbene, di questa mailing list uno dei più attivi animatori è Gabriel Leroy, instancabile, candido, entusiasta cronista di ogni concerto, ogni iniziativa musicale del giro degli artisti che stanno intorno e affianco ad Allain. Quelli come lui sono personaggi indispensabili a noi cantanti, quelli che non ti fanno sentire solo e abbandonato, sono gli altri te stesso, quelli che per amore ti affiancano... quelli che - come in una canzone di Vissotsky - vivono con te in una trincea e senza cui è difficile definirsi vivi.

A maggio in questa mailing list circola la notizia che esiste il mio disco "Sotto il pavé la spiaggia", che contiene quelle tre canzoni di Allain... e qualcuno addirittura piazza un link a un sito nascosto su cui ne ha messo gli mp3 scaricabili, qualcun altro si interroga sul senso di alcune traduzioni, effettivamente non perfettamente comprensibili per un francese. Mi sembra allora il caso di uscire allo scoperto sulla mailing list, dichiaro tutta la mia approvazione per chi fa condividere liberamente la mia musica e cerco di chiarire il senso e i riferimenti delle mie versioni italiane.
In privato mi scrive anche Gabriel Leroy:
(traduco dal francese suo) "Vorrei comprare il suo CD sotto il pavé la spiaggia, per ottenere le parole italiane delle canzoni di Leprest.
Lavoro per e con Allain.
g."

(traduco dal francese mio) "Oh, ma che piacere...
certamente lei sa che Allain è un genio della canzone, un uomo amorevole e adorabile... però che non è facilissimo tenere i contatti con lui! Sopratutto dall'Italia!
Ci si era visti nel 2003 (le allego una fotografia presa durante quell'incontro) a Parigi e Allain era entusiasta delle mie traduzioni... (o insomma era entusiasta che qualcuno si occupasse di lui in Italia)... in quell'occasione mi autorizzò a incidere i suoi brani.
Poi il disco è uscito con un paio d'anni di ritardo, ho tentato di raggiugerlo... ma intanto lui era alle prese coi gravissimi problemi di salute che lei sa... allora per paura di disturbarlo mi son fermato.
Sono ovviamente felicissimo di spedirle una copia di "Sotto il pavé"... anche se per i testi posso più rapidamente inviarle una e-mail (non si tratta di vere e proprie "traduzioni"... piuttosto di "imitazioni" come si diceva tre secoli fa).
In più è appena uscito un mio disco registrato dal vivo che contiene una versione differente di "Chissà" (C'est peut-etre).
In più... il mio lavoro sulle canzoni di Allain continua! Ora canto anche "Nudo" (Nu) "Piove sul mare" (Il pleut sur la mer). Se interessa posso vedere come farvi avere dei provini che sto registrando in questi giorni col mio pianista.
Può vedere come l'impegno per il nostro continua anche in Italia.
Un grandissimo bacio per Allain.
a presto. A."

Gabriel mi risponde subito: " Grazie per la risposta. La faccio subito leggere ad Allain. è fantastico ritrovare in te lo stesso fervore, la stessa fedeltà, la stessa amicizia per Allain, che qui hanno i migliori. Lo vedo spesso per lavorare in tranquillità con lui, per lui, all'incirca un giorno a settimana. Vuol pubblicare un libro con una scelta delle sue canzoni-poesie. La scelta è sua. Il libro sarà del tutto suo. Io faccio un lavoro di preparazione. L'autore è lui. Ecco spiegate le mie intenzioni. Quanto a me
dico ciò che penso,
penso ciò che dico,
faccio ciò che dico
dico ciò che faccio
faccio ciò che penso.....
Mi assumo ogni responsabilità di ogni mio atto (ho 63 anni) ed è perciò che trovi il mio indirizzo e il mio telefono qua sotto.
Allain riceve la posta al Bar che frequenta. Voglio comunque comprare una copia del tuo CD per me. Grazie di tutto. Con amicizia. Gabriel."


Quest'è matto - pensai leggendo quella sfilza di "dico ciò che penso, faccio ciò che dico"... dunque mi piace.
Epperò dopo quel breve scambio di messaggi... più nulla...
Inghiottito dai triboli, dai dissapori coi musicisti che mi accompagnano, dai casini esistenziali, dagli spostamenti e dai begli incontri, dalle nuove prove coi nuovi musicisti con cui si inizia, s'incomincia, si ricomincia, Gabriel Leroy viene consegnato a un angolino della casa - disordinatissima - che sta nella mia testa. Nulla questa casa perde... certo... ma molto nasconde. A lungo.
Ogni tanto mi risorge in questi mesi il senso di colpa di non aver ancora mandato niente a Gabriel Leroy. Allora pensavo: devo avere il tempo di scrivergli una lunga lettera e raccontargli un po' di cose... e poi alla lettera devo allegare i provini di quelle tre nuove canzoni di Allain che ho adattato... una per volta, in mp3... ma chissà se ci stanno... o farmeli mettere da qualche parte, sì che li possa scaricare con comodo...
E sono passati dei mesi, è passata l'estate...

Qualche giorno fa è arrivato sulla mailing list di Allain questo messaggio di Claude Semal:
"Ho appena saputo della morte di Gabriel Leroy, che spesso interveniva su questa lista e che era uno dei grandi ammiratori e conoscitori di Allain. So che lavorava a una raccolta completa delle sue canzoni, insieme a lui. Gli avevo scritto in agosto per passargli un paio di manoscritti che Allain mi aveva affidato durante un passaggio in Belgio.
Il figlio di Gabriel mi ha comunicato che era stato ospedalizzato un mese fa e che è appena morto."

postato da: AmoreAnArchiA alle ore 16:10 | link | commenti (4)
categorie: memorie di un cantante
giovedì, 13 settembre 2007

Manu de taula

Buonasera, buonasera!
Prima di tutto le mie scuse per l’assenza estiva, e post, di post sul blog di pregiatissima lega!
Spero però di muovere a compassione il colto pubblico e l’inclita guarnigione proclamando il mio stato d’invalidità umana e professionale: m’han diagnosticato, ahiaahi, un “ispessimento della guaina sinoviale del tendine estensore radiale del carpo”. Insomma sono cionca alla mano sinistra! I più semplici movimenti mi strappano lacrimevoli guaiti, i più complessi urla tarzanesche.
 
Che sarà di me, mancina doc? Riscriverò a mano, poiché l’UNICA cosa che so fare con la destra è scrivere con la penna, a ciò costretta in tenerissima età dall’amorosa inflessibilità di zia Ada, mia madre elettiva cui non seppi ribellarmi (decretandomi con quella prima acquiescenza un destino da anarchica azzoppata), riscriverò, dicevo, con la destra “La mano sinistra delle tenebre”? (A proposito, se non l'avete ancora fatto, leggete questo meraviglioso capolavoro della SF partorito dall’utopista, pacifista, femminista, anarchica e geniale penna di Ursula K. Le Guin)
Rinuncerò ad assestare ceffoni (le carezze posso farle ma con l'attrezzo che porto risulteranno un pò ruvide), tagliare cipolle, mescolare ragù, impastare pizze…?
Rinuncerò ad usare il vero killer della mia genetica propensione a sinistra, cioè il mouse?
Dovrò, alle soglie della terza età, cedere alla deriva che trascina il mondo a destra?
 
MAI, MAI E POI MAI!!!
 
Per ora mi proteggo con un tutore rigido, io lo definisco confidenzialmente “la manu de tàula”, che m’immmobilizza pollicione e polso, e con altri rimedi prescritti dal fisiatra, poi ho consegnato il topo-killer, e lui solo, alla destra, infine eccomi qui.
 
Bene, accantoniamo per un attimo le pene della sinistra privata e passiamo a quelle della sinistra pubblica.
 
Che ne pensate delle succulente polemiche degli ultimissimi giorni? Mi riferisco alla bocciatura dell’accordo di luglio sul welfare da parte della FIOM ed alle grida contro il V-Day di Grillo.
Per il primo, pare sia la prima volta dal 1946 che una federazione voti contro la segreteria nazionale CGIL, ad Epifani è venuto quasi un coccolone, Damiano fa gli esorcismi, Bertinotti filosofeggia (ormai non sa fare altro), Giordano si accoda ai ribelli, e Prodi? Minimizza, anche se è “preoccupato” (sic!). Vediamo che succede al referendum di ottobre nei posti di lavoro.
 
Per il secondo – io ho firmato dopo una lunghissima coda la cui disciplinata pazienza mi ha sorpresa, visto che a Lecce in piazza non c’era altro che il gazebo delle firme – i media (televisione in testa) ed i politicanti, dopo avere provato ad ignorarlo, ora la buttano giù dura con la storia del qualunquismo e di Giannini, del populismo, della demagogia (Bertinotti), persino del terrorismo (l’improponibile Casini). Scalfari poi s’è presa un’intera pagina di Repubblica per deprecare “l’invasione barbarica di Grillo”.
Ok, troppi “vaffanculo” - Grillo lo urla in continuazione - finiscono per diventare inoffensivi (mi ricordo sempre quel che diceva a proposito Lenny Bruce negli anni ‘60: se tutti intercalassero continuamente con “cazzo, cazzo, cazzo” nessuno se ne accorgerebbe più), però che il tutto confluisca in una proposta di legge nata da un blog e dilagata in piazza mi sembra interessante.
 
C’è un articolo di Flores d’Arcais pubblicato su Liberazione che analizza bene la cosa. Ad esempio:
 
“I contenuti della grande giornata organizzata da Beppe Grillo disturbano la partitocrazia non perché poco seri ma perché molto seri. I manifestanti chiedevano infatti la cacciata dalle camere dei venticinque parlamentari condannati con sentenza definitiva (primo, secondo e cassazione, insomma). La cacciata, in parole più tecniche, di “criminali patentati”. Chi sono, perciò, i qualunquisti? Le centinaia di migliaia di cittadini che ancora conoscono il significato della parola dignità, o le centinaia di parlamentari che tollerano la coabitazione con pregiudicati acclarati, e insieme a loro “dettano legge” (alla lettera!)?
La seconda richiesta dei manifestanti era l’introduzione del tetto di due mandati parlamentari. Fai il “rappresentante della nazione” per dieci anni, poi torni nella società civile, alla tua professione. E non essendo “a vita” la prospettiva del tuo impegno politico retribuito, avrai meno tentazioni di trasformare quella che dovrebbe essere una “missione” (non sono proprio i politici a definirla tale?) in una fonte di lucro impropria (tangenti, amici degli amici e altre lepidezze). Qualunquista, una proposta del genere? Eppure uno dei politologi liberali più famosi del mondo, Giovanni Sartori (decenni di cattedra alla Columbia University di New York), è stato perfino più radicale: dopo un mandato, cinque anni fuori della politica, prima di poterci tornare. E nel nostro piccolo, su MicroMega, la proposta del limite dei due mandati l’abbiamo avanzata nel 1986 (avete letto bene: 1986), insieme alla riduzione delle due camere ad una (con cento parlamentari), alla incompatibilità tra ruolo di parlamentare e ruolo di ministro, e altre indicazioni di una riforma antipartitocratica della democrazia delegata.
Perché questo è, da più di un quarto di secolo, il problema della democrazia italiana: la deriva partitocratica, la sottrazione di sovranità e cittadinanza da parte di una gilda monopolistica e sempre più autoreferenziale di professionisti della politica, di partiti/apparati e relative nomenklature. La trasformazione della democrazia delegata, cioè formale, in democrazia FINTA. Da oltre un quarto di secolo i partiti italiani parlano della necessità di una “grande riforma”, ma ogni misura che realizzano o che propongono aggrava il problema, riduce i margini di democrazia (delegata) ancora esistente, perché questi partiti sono il problema, e dunque non possono essere la soluzione.
La partitocrazia da tre decenni dominante è la vera antipolitica, non i cittadini che cercano di farla rinascere attraverso i movimenti”.
 
Un po’ mi spiace che Grillo proclami che il suo popolo non è di destra nè di sinistra, sarà che, come mi ha accusata un amico di recente, sono affetta da pregiudizi ideologici (che farci, sono nata con l’inclinazione a manca…), e mi spiace anche che ad uno che nella folla agitava una bandierina rossa abbia intimato: “mettila via, porta sfiga!” – ma sarà poi vero che si fa pagare in nero per gli spettacoli e che si è fatto pagare profumatamente per partecipare alle manifestazioni in Val di Susa? - comunque mi pare che si dia da fare parecchio e da parecchi anni a sputtanare le nefandezze del potere economico mondiale. Infine mi diverte anche parecchio.
 
Ave, Blog! Mano di tavola te salutat! A pugno chiuso, è naturale.
Ciao. mariateresa   
 
 
postato da: cenerinocodarossa alle ore 01:16 | link | commenti
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