dal compagno Rino de Michele riceviamo e volentierissimo pubblichiamo questo racconto:
Il mio incontro con i film storici, che vidi quasi tutti, inizia attraverso due grossi barattoli di latta usati per contenere la salsa di pomodoro.
Mio cugino Enzo, il maggiore dei figli di Maria e Santino, si era esaltato con il culturismo. Siccome andare a fare attrezzi in una palestra non rientrava nelle prospettive e nelle possibilità di spesa della famiglia Sciabica, il giovane decise di costruirsi un arnese adatto alle sue necessità. Si fece regalare, dal negoziante di generi alimentari di fronte casa, due barattoli per la salsa vuoti e trovò, in un cantiere edile, un vecchio tubo per l'acqua. Questo fu quasi tutto l'occorrente per poter realizzare il suo progetto.
Riempì i barattoli di cemento e vi conficcò, per unirli, il tubo che diventò così il manubrio di due pesi da sollevamento. Io, incuriosito da ogni novità, assistendo alla costruzione del manufatto ebbi l'impressione che un lato dell'attrezzo fosse più pesante dell'altro, ma questo risultò non essere un grave problema poiché Enzo mi disse che, nel sollevamento sportivo, sarebbe bastato ogni tanto ruotare l'attrezzo e i muscoli avrebbero avuto comunque uno sviluppo armonico. Poi mi sfidò ad alzarlo; ci tentai e, con un notevole sforzo ci sarei anche riuscito, ma desistetti subito, volevo dare onore e soddisfazione a mio cugino che infatti, subito dopo, mi mostrò come era semplice quell'esercizio per i suoi muscoli già vigorosi.
Bene, non passava un pomeriggio senza che si allenasse nel sollevamento pesi e che non guardasse allo specchio un portentoso sviluppo muscolare che, tra tutti in casa, soltanto lui notava.
Quello era anche il periodo, alla fine degli anni '50, in cui sugli schermi imperversava il genere storico; film come "Le sette fatiche di Ercole", "Ercole e la regina di Saba", "Maciste contro Ercole", "Ursus nella valle dei ciclopi", e via così. L'attore che Enzo preferiva era Steve Reevers, non certo per le sue doti recitative ma per l'estensione abnorme di bicipiti e pettorali che lo stesso esibiva nei panni, ridottissimi, di Ercole, Maciste o Ursus.
Quando a Marsala qualche sala cinematografica dava un film con questo artista, mio cugino avrebbe voluto essere il primo spettatore a farsi staccare il biglietto, ma si vergognava. In sostanza, era convinto che, ormai avendo quasi diciotto anni, se qualche suo amico lo avesse visto assistere ad un film di quel genere sarebbe stato preso in giro per l'eternità. Decise comunque di non arrendersi, avrebbe mandato me al cinema al posto suo e io, al ritorno, gli avrei raccontato quanto visto. Naturalmente a lui non interessava la trama, che sapeva essere insulsa, ma voleva che io gli descrivessi le situazioni in cui i muscoli di Mr. Reevers entravano in funzione: cosa riusciva a sollevare, quanti avversari batteva contemporaneamente, se piegava grosse sbarre di ferro, cose di questo genere. Io gli riferivo tutto quanto lui pretendeva ma spesso mi inventavo le cose poiché ero più interessato alla storia che all'osservazione dei muscoli del protagonista.
Quei film venivano proiettati quasi sempre in un locale proprio al centro della città, in una laterale del Cassero, al cinema "Popolo". Il prezzo del biglietto era il più basso sul mercato e gli spettatori erano esclusivamente pensionati, che andavano in sala, e ragazzini che, pagando ancora meno, andavano in galleria.
Mi recavo volentieri al cinema ma c'era anche un grosso problema. A quel tempo, dato che per più di tre quarti dell'anno venivo trattenuto in Liguria ospite di un collegio dell'aeronautica militare, parlavo esclusivamente in italiano e a Marsala non conoscevo nessuno. Lì, non è che fossi molto in linea con gli altri bambini della mia età, ero diverso e tragicamente solo.
Con i soldi che Enzo mi dava, riuscivo ad andare in galleria dove incontravo una cinquantina di bambini feroci che parlavano una lingua da cannibali, che si spintonavano, che lanciavano di sotto, sul pubblico in sala, palle di carta o sputavano bucce di simenza masticata urlando: - A cu' pigghiu piiiigghiù!
Dal basso, i pensionati rispondevano immediatamente con parolacce ed irriverenti certezze nei riguardi del mestiere delle nostre mamme. Ogni spettatore, grande o piccino che fosse, fumava ininterrottamente; si veniva a creare così una fitta nebbia tossica che, lentamente, si sollevava verso il soffitto impregnando capelli e vestiti. Sinceramente a me non dispiaceva vedere il fumo che morbido si attorcigliava attorno al fascio di luce del proiettore; mi faceva immaginare che stavo in un locale di assassini persiani, pensavo di pilotare uno Spitfire tra le nuvole del cielo della Germania, che il "Nautilus" del capitano Nemo solcasse le gelide acque dell'oceano antartico.
La baraonda non terminava nemmeno quando si spegnevano le luci e lo spettacolo iniziava poiché il pubblico, individuato subito il picciotto (l'eroe protagonista) e 'u trarituri (il cattivo), iniziava ad incitare o a fischiare ogni azione. Quando sullo schermo c'era un bacio si levavano, senza eccezione, mugugni e fremiti di complicità. Da quanto descritto, facilmente capirete i motivi per cui stavo seduto, nella sedia più esterna dell'ultima fila, in silenzio guardando sempre fisso davanti a me. Durante l'intervallo tra il primo e il secondo tempo era dura; cercavo di assumere un'aria di uno disinvolto che sta con un gruppo di amici che, proprio in quel momento, erano andati tutti assieme in bagno. Ero sicuro che se gli altri miei coetanei avessero capito che ero da solo e che, soprattutto, parlavo come parlavo, mi avrebbero afferrato e buttato di sotto, sulla testa dei vecchietti, urlando: - A cu' pigghiu piiiigghiù!
Mi andò bene, riuscii sempre ad uscire da quel luogo vivo a riveder le stelle.